Si è appena concluso il vertice internazionale della Fao con la dichiarazione finale comune, sottoscritta da tutti i cinquecento partecipanti che sono venuti a Roma a rappresentare 183 paesi del mondo.
La fame è una tragedia che coinvolge quasi un miliardo di persone e può destabilizzare intere aree del pianeta. Il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, afferma: “Con l’aumento dei prezzi alimentari ci sono già state e ci saranno altre rivolte del pane. Facciamo qualcosa prima che sia troppo tardi”.
I punti approfonditi sono scottanti e non su tutti si ha una visione condivisa:
- E’ stata confermata l’analisi che vede uno stretto legame tra la crisi alimentare globale in atto ed i cambiamenti climatici registrati negli ultimi anni. Le mutazioni del clima, infatti, influiscono, sulla produzione di beni di prima necessità come il grano ed il riso e quindi sull’andamento dei prezzi.
- Problema non condiviso è quello dei biocarburanti che indirizzando le risorse agricole alla produzione di energia le sottrae al mercato dell’alimentazione umana, con conseguente innalzamento dei prezzi. Il direttore generale della Fao Jacques Diouf, ha ricordato che solo nel 2006 “cento milioni di tonnellate di cereali sono stati spostati dal consumo alimentare a quello energetico”. I biocombustibili piacciono al Brasile (per Lula sono un antidoto alla lobby del petrolio, ma soprattutto una fonte di sviluppo economico), così come agli Usa che li producono e li importano a prezzi stracciati proprio dall’America Latina. Ma il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon ricorda anche che “i biocarburanti sono una delle cause della crisi alimentare” e che per questo “il loro impatto deve essere valutato”.
- Altro tema non condiviso è quello degli ogm, su cui si scontrano scuole di pensiero diametralmente opposte. Qualche Stato ne ha timore per le incognite implicazioni sulla salute umana o sugli ecosistemi, ma gli USA li difendono strenuamente, la crisi alimentare anzi potrebbe spalancare le porte agli Ogm che sono quasi esclusivamente prodotti da multinazionali americane che detengono il monopolio avendoli brevettati. Questi sono disponibili solo per economie agricole strutturate, dove gli agricoltori dispongono di fondi a sufficienza per pagarsi questi semi molto cari.
- Ultima diatriba fa riferimento all’eliminazione dei sussidi all’agricoltura dei Paesi ricchi (protezionismo di Stati Uniti e Unione Europea) al fine di superare la crisi alimentare causata dall’esplosione dei prezzi. Sicuramente tutti gli Stati reclamano l’autosufficienza alimentare, infatti, una certa forma di protezionismo sembrerebbe indispensabile per consentirte ai Paesi poveri di creare un sistema agricolo capace di garantire l’autosufficienza alimentare. Viceversa, ciò che ha contribuito a rovinare i paesi sottosviluppati, in particolar modo quelli appartenenti all’area Acp (Africa-Caraibi-Pacifico) con i quali l’Ue intrattiene rapporti privilegiati, è stata la politica estera adottata da Bruxelles sul fronte agricolo. Diminuendo i suoi prodotti agricoli destinati all’esportazione attraverso politiche di sovvenzioni molto discutibili, l’Ue ha contribuito assieme agli Stati Uniti alla caduta dei prezzi dei prodotti alimentari negli ultimi 30 anni, condannando di conseguenza il destino dei piccoli contadini del Sud del mondo.
Resta il fatto che con alcune decine di miliardi di euro il problema della fame nel mondo sarebbe risolto, ma non si trova la volontà politica degli stati più ricchi, ognuno alle prese con problemi interni.
Certamente la FAO fa poco, è vero sostiene diversi programmi alimentari che altrimenti non esisterebbero, ma la maggior parte dei proventi destinati dall’ONU alla lotta alla fame sono assorbiti per il funzionamento dell’elefantiaca struttura burocratica radical-chic per diplomatici “trombati” che risponde al nome di FAO. Ha senso per una struttura che lotta contro la fame nel mondo organizzare cene di gala? Io lo trovo di cattivo gusto.
Il presidente del Senegal, Abdulaye Wade, ha definito la FAO: “un carrozzone che sperpera soldi per il funzionamento interno ma fa pochi interventi sul terreno”.
La Fao spenderà 784 milioni per la fame nel mondo nel biennio 2008-2009, ma oltre la metà delle spese dell’agenzia Onu se ne va nella gestione della struttura. Scrive la commissione Christoffersen: “In molti uffici i costi amministrativi sono superiori ai costi del programma”.
Complessivamente, le voci del bilancio Fao strettamente alimentari sono tre, per un totale di 90 milioni di euro, circa il 15% del bilancio generale (59 milioni per sicurezza e “riduzione della povertà”, 1,2 milioni di euro per “emergenze e gestione post-crisi”, 29 milioni per “politiche dell’alimentazione e dell’agricoltura”.
Per l’ “ufficio del direttore generale” , Jacques Diouf, nel bilancio sono previsti 41,5 milioni di euro.
Ci sono poi una serie di spese per conservazione e gestione del pesce, del legno, della carta, delle sementi, lo sviluppo della tecnologia: per tutte queste attività, strettamente legate allo scopo dell’agenzia, la Fao spende 219 milioni di euro.
Ha un costo anche la “conoscenza”: studi, statistiche, “alleanze” contro la fame: sono altri 200 milioni circa.
Nel bilancio ci sono poi tutti i costi per il personale, per le riunioni: altri 200 milioni di euro circa. Più di 7 milioni di euro se ne vanno in “meeting e protocollo”, 17,6 milioni si spendono per la comunicazione, 20,2 milioni per “il coordinamento e la decentralizzazione dei servizi”.