le cose che non vanno

Una goccia nel mare delle inefficienze, degli sprechi, dei soprusi e dei torti subiti…

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La ronda di cittadini è l’unica soluzione per la sicurezza?


Polizia per la sicurezza dei cittadiniRoberto Maroni, candidato ministro dell’Interno del nuovo Governo Berlusconi, sostiene che gruppi di cittadini “armati” esclusivamente di telefonini, con la loro semplice presenza siano un deterrente per i reati che si commettono nelle strade meno frequentate.

Condivido che la criminalità “predatoria” (furti, scippi, stupri e violenze) si combatte con la prevenzione e capisco che lo stato di degrado raggiunto nelle nostre città necessiti di un intervento drastico, ma accettare le ronde di cittadini mi inquieta.

Certo costituirebbero un utile supporto a Polizia e Carabinieri, ma lo Stato non può abbandonare o delegare le sue specifiche competenze.

Non serve una milizia civile che si aggiunge alle altre mille polizie italiane (anomalia tutta nostrana - infatti in Italia abbiamo: Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, Corpo Forestale dello Stato e Polizia Penitenziaria, a queste si aggiungono Vigili Urbani, Polizia Provinciale, Guardia costiera senza parlare di DIA, DCSA, e così via, comparto che se ristrutturato comporterebbe evidenti economie di scala).

Per combattere il degrado e la violenza sono necessari due interventi: il primo, di carattere strategico, che tenda di eliminare il problema “alla fonte” cercando di risanare il degradato contesto sociale che è il brodo di coltura della violenza e della criminalità ed il secondo, di carattere tattico, che consenta di contrastare il fenomeno “a valle” con un pervasivo controllo del territorio. Questo intervento avrà successo soltanto se si forniranno alle Forze di Polizia gli strumenti giuridici necessari per intervenire: non basta individuare (da parte della milizia civile o del poliziotto di quartiere è indifferente) tre ubriachi violenti alla Stazione Laurentina di Roma di sera, ma è necessario poterli neutralizzare, come ad esempio fargli passare la sbornia con una notte in cella la prima volta e con più notti nel caso di recidiva.

Diamo gli strumenti giuridici alla nostra Polizia e diamo certezza della pena per chi commette reati solo così riusciremo a spezzare questo circolo vizioso.


Scritto il 23 Aprile 2008 da Gianni di Tacco

Categoria: Politica, Società | 1 Commento »

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Le carceri, nuovamente affollate a poco più di un anno dall’indulto, sono il nostro terzo mondo


PrigioneDopo l’indulto le carceri sono riuscite a prendere una boccata d’aria (mentre le strade delle nostre città sono tornate insicure), sono usciti in 26.752 (rimasti in carcere 38.847).

Ora, ad un annetto di distanza, ci troviamo con lo stesso problema (il 6,4% dei detenuti indultati è ritornato in cella): i detenuti nelle carceri italiane sono quasi 49.000 (al 7 gennaio 2008 sono 48.788) contro una capienza massima di 43.140. Certo non possiamo continuare a fare indulti, il problema è strutturale, ma non possiamo risolvere il problema mettendoci solo a costruire nuovi edifici penitenziari (in Italia gli istituti penitenziari sono 205), infatti, come si legge nell’ultima Relazione annuale al Parlamento sulla situazione della Giustizia il carcere "non reca così alcun beneficio al singolo in termini rieducativi, e non protegge la collettività " ed in più si deve considerare che far funzionare un carcere costa moltissimo in termini economici.

I detenuti costano allo Stato 18 milioni di euro al giorno (a fronte di questi costi da albergo a quattro stelle, i servizi resi sono essenziali, a volte anche meno).
Il carcere peraltro è una sorta di terzo mondo che ci teniamo in casa: l’affollamento delle carceri fa emergere con drammaticità i “mali storici” dei carcerati: tossicodipendenza, Aids, malattie mentali, Tbc, Epatite C (ben il 30% dei detenuti) e suicidi (nel 2006 ci sono stati 50 suicidi e 4276 casi di autolesionismo). Questo terzo mondo dietro le sbarre, caratterizzato peraltro da una presenza massiccia di extracomunitari (il 37%), fa correre velocemente i virus che non si possono tenere a distanza dal nostro mondo, infatti il carcere può essere considerato “una porta girevole” (la detenzione media è di 120 giorni) e il detenuto non adeguatamente seguito e istruito può diventare, una volta scarcerato o in licenza premio, un focolaio per la diffusione del virus.

Come si deve intervenire? Sicuramente è necessario ampliare il ricorso alle misure alternative che abbattono il tasso di recidiva e restituiscono maggiore sicurezza ai cittadini, impiegando anche i detenuti in lavori socialmente utili e produttivi, questo favorirebbe i fini rieducativi della detenzione nonché consentirebbe uno sgravio di costi per la Pubblica Amministrazione, che potrebbe impiegare nuovi risorse nelle strutture carcerarie al fine di raggiungere una detenzione da Paese civile.


Scritto il 18 Marzo 2008 da Gianni di Tacco

Categoria: Società | 2 Commenti »

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Quando il calcio non è uno sport


Calcio violento!<< Lo Sport è l’insieme di quelle attività, fisiche e mentali, compiute al fine di migliorare e mantenere in buona condizione l’intero apparato psico-fisico umano e di intrattenere chi le pratica o chi ne è spettatore. >>

Il calcio dovrebbere essere il nostro sport nazionale, ma non ha molto di sportivo, è pieno di violenza e di corruzzione. Gli episodi di questi giorni non fanno altro che confermarlo. La morte di Gabriele Sandri, ucciso per errore da un poliziotto, è stata strumentalizzata da quei delinquenti degli Ultras. Questi ultimi hanno sfruttato la disgrazia di un giovane tifoso per dare libero sfogo al loro odio per la Polizia e le istituzioni.

Il mondo del calcio è sempre stato troppo morbido e permissivo con gli ultras, forse per convenienza. Gli hanno permesso violenze di ogni genere impedendo ai veri tifosi di godersi una domenica allo stadio. "Se vuoi uccidere tua suocera portala allo stadio e la strozzi con la sciarpa. Al posto di 30 anni di galera ti sospendono l’abbonamento per 3 mesi!"; questa è una battuta che ho sentito proprio domenica in TV. Lo stadio è oramai diventato una zona franca!

Il nostro ministro dell’Interno Giuliano Amato ha ragione a dire che Gabriele <<non sarebbe morto se un poliziotto non avesse sparato, e questo è comunque imperdonabile, ma non sarebbe morto neppure se i tifosi di due squadre diverse, incontrandosi in un autogrill, non si cimentassero in risse ma bevessero un caffè insieme>>.

Cosa pretendiamo se spesso sono gli stessi giocatori ad avere manifestazioni violente! Dovrebbero dare l’esempio, dovrebbero essere dei veri sportivi. Le società sportive hanno gravi colpe e troppo denaro ruota intorno al pallone.

Se il clima deve essere questo allora sarebbe bene dire addio alle partite, addio ai campionati!


Scritto il 13 Novembre 2007 da Stefano Errante

Categoria: Società | 4 Commenti »

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