Moro, Prodi e la seduta spiritica del 2 aprile di 30 anni fa. Lo spirito di Don Sturzo oppure delatori tra i terroristi o altri informatori e bugie?
Oggi, 2 aprile, sono trenta anni da un episodio misterioso: 17 giorni dopo l’agguato di Via Fani ed il sequestro di Aldo Moro, alcune persone (tra cui Romano e Flavia Prodi) si riunirono nella casa di Alberto Clò nella campagna Bolognese per effettuare una seduta spiritica e chiedere agli spiriti di Don Luigi Sturzo e di Giorgio La Pira per avere notizie sul Presidente della Democrazia Cristiana in mano alle Brigate Rosse.
Su un tavolino quadrato posarono un foglio con le lettere dell’alfabeto e cominciano a interrogare i defunti tenendo le mani sul piattino, dopo alcuni tentativi il piattino segnò le lettere G-R-A-D-O-L-I.
Romano Prodi la mattina dopo, il 3 aprile 1978, informò la Digos di Bologna e Francesco Cossiga al ministero dell’Interno. Da quel momento Prodi uscirà definitivamente di scena, nessun inquirente lo prenderà a verbale, soltanto le commissioni d’inchiesta lo convocarono successivamente, ma con scarsi risultati (Leonardo Sciascia, nella sua veste di senatore indipendente radicale e membro della Commissione parlamentare d’inchiesta, gli chiese se avesse “mai conosciuto nessuno accusato o indiziato di terrorismo?” e Prodi fu netto nel negare ogni informazione e attestarsi sulla casualità del “piattino”).
L’informazione - spiritica o meno - riguardante “Gradoli” voleva colpire Mario Moretti, capo indiscusso della colonna romana delle BR, ma in forte contrasto con alcuni brigatisti. Fatto sta che 14 giorni dopo la segnalazione di Prodi, il 18 aprile del ‘78, la base delle Brigate Rosse nell’appartamento di Roma in Via Gradoli, (in cui aveva vissuto il “regista dell’operazione Moro, Mario Moretti, e Barbara Balzerai) veniva “fatta scoprire fortuitamente”: furono chiamati i pompieri per delle copiose infiltrazioni di acqua nell’appartamento sottostante verificatasi per un rubinetto della doccia lasciato aperto, i vigili del fuoco si resero conto della situazione e chiamarono la polizia (il telefono della doccia “è sorretto da una scopa e puntato contro una fessura nel muro aperta con uno scalpello in modo da far filtrare meglio l’acqua lungo i muri fino all’appartamento dei vicini, che infatti daranno l’allarme”). Appare evidente che all’interno delle BR ci fosse una fronda anti-Moretti.
Giuseppe Pisanu (all’epoca capo della segreteria politica di Benigno Zaccagnini) puntualizza che l’indicazione fornita da Prodi riguardava non solo il nome della via, ma anche l’aggiunta “sulla strada per Viterbo” (via Gradoli è una traversa della via Cassia - la strada che da Roma porta a Viterbo).
La signora Moro ha testimoniato che quando seppe della vicenda provò a suggerire di controllare in via Gradoli a Roma, anziché nel paese di Gradoli, ma gli fu risposto che sulla stradario della Capitale non compariva una strada con quel nome (risposta falsa).
L’allagamento si verificò lo stesso giorno in cui un “falso” comunicato delle Br dirottò centinaia fra carabinieri e poliziotti a cercare il cadavere di Moro nel lago gelato della Duchessa. Per i servizi segreti l’autore potrebbe essere stato Toni Chicchiarelli, esponente di primo piano della Banda della Magliana (una organizzazione criminale strutturata come la mafia siciliana e cresciuta a Roma). La “Banda” con ogni probabilità sapeva di Moro e Laudovino de Sanctis e Enrico De Pedis, detto Renatino (quest’ultimo assassinato nel 1990 e inumato nelle camere mortuarie sotterranee della Basilica romana di S. Apollinare) abitavano a pochi passi dal covo di via Montalcini, ritenuta la prigione principale di Moro.
Fonte: www.ilvelino.it
Scritto il 2 Aprile 2008 da Gianni di Tacco
Categoria: Politica |
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