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Eutanasia: quando la morte può essere sinonimo di libertà


L’eutanasia significa buona morte e consiste nel procurare la morte in modo indolore e rapido ad un uomo che si trova nel momento terminale di una malattia inguaribile e dolorosa o in condizioni tali da rendere la proprio vita una sofferenza continua.

In Italia è vietata: considerata come omicidio volontario (art. 575 c.p.) o attenuata dal consenso del malato (art. 579 c.p. – reclusione - da 6 a 15 anni), è sempre vietata l’ipotesi del suicidio assistito (art. 580 c.p. - Istigazione o aiuto al suicidio).

Saltando considerazioni che non accettano la dialettica di confutazione come il “giuramento di Ippocrate” o le convinzioni religiose, voglio riflettere senza pregiudizi.

Condivido che possano esserci delle riserve morali sul fatto di “uccidere” un uomo o di aiutarlo a suicidarsi, ma se vi è la certezza che non ci sono spiragli per una risoluzione della malattia ed il paziente, pienamente consapevole, vuole porre fine alla sua sofferenza chi siamo noi per negare questa volontà.

Essere liberi di scegliere è un fondamentale principio democratico e il diritto ad avere una vita priva di dolore e sofferenza è da considerarsi inalienabile.

Non basta ricevere una cura di analgesici ed altri farmaci e stupefacenti (morfina) che ci intontiscono (terapia del dolore). Il dolore fisico è solo una parte del problema, spesso il paziente si trova a far fronte alla sofferenza psichica per aver perso la propria indipendenza. Un dolore che pervade anche i familiari del malato.

L’accanimento terapeutico: l’applicazione di tecniche mediche che prevedono l’uso di macchinari e farmaci che sostengono artificialmente le funzioni vitali del paziente inguaribile senza le quali il paziente morirebbe, è una vera crudeltà.

Per cosa poi? Prolungare la vita di alcuni mesi?

Il Parlamento del Lussemburgo, lo scorso 19 febbraio 2008, ha approvato una proposta di legge che prevede l’eliminazione delle sanzioni penali contro i medici che mettono fine, su richiesta, alla vita dei malati. In particolare, il provvedimento prevede che l’eutanasia venga autorizzata per i malati terminali e coloro che soffrono di malattie incurabili, solo su richiesta ripetuta e col consenso di due medici e una commissione di esperti. A questa data il Lussemburgo si colloca terzo, dopo Olanda e Belgio, ad aver legalizzato l’eutanasia.

Ritengo un atto di civiltà la scelta del Principato del Lussemburgo. L’eutanasia deve essere concepita come un diritto del cittadino, certo questo diritto deve essere correlato da un testamento biologico, ovvero dall’espressione di volontà in merito alle terapie che si intende o meno accettare nell’eventualità in cui ci si dovesse trovare in condizioni di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o meno alle cure proposte per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti o che costringano a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione.

 


Scritto il 26 Febbraio 2008 da Gianni di Tacco

Categoria: Società | 1 Commento »

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