le cose che non vanno

Una goccia nel mare delle inefficienze, degli sprechi, dei soprusi e dei torti subiti…

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Il nostro scoop sul caso di mobbing in enti della Chiesa di Taranto


Mobbing alla LUMSA di Taranto sul Corriere della Sera

Proprio oggi sul Corriere della Sera è apparso un articolo con questo titolo: "Mobbing, la Curia rischia di finire sotto processo". Si tratta del caso di cui abbiamo parlato qualche giorno fa su un nostro post; un caso che ha come vittima una dipendente della EDAS - LUMSA, un ente di formazione istituito e gestito nella provincia di Taranto dalla Chiesa cattolica.

Cosima Matichecchia, questo è il nome della vittima, non è soltanto una impiegata modello, molto apprezzata dagli stessi imputati, un sacerdote, un monsignore, un arcivescovo ed una professoressa, ma anche una moglie ed una madre!

Noi di CCNV siamo davvero contenti di poter, nel nostro piccolo, contribuire a colpire questa sopraffazione. Siamo davvero felici che grazie al nostro post si sia riusciti a suscitare interesse su questo fattaccio e da parte di una importante testata giornalistica. Adesso ci auguriamo che chi ha sbagliato paghi e che nella famiglia Matichecchia prima o poi torni il sereno.

Continueremo a seguire il caso !

E intanto siamo gratificati dalla frase riportata sull’articolo del Corriere << La vicenda è già su internet >> !


Scritto il 4 Aprile 2008 da Stefano Errante

Categoria: Società | 1 Commento »

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Mobbing in Italia. Violenza bianca di nuovo a Taranto


Sul tema del mobbing, al quale questo sito ha anche dedicato attenzione, abbiamo ricevuto un ampio e interessante intervento. Per la sua estensione si è deciso di pubblicarlo di seguito in forma di articolo. Ulteriori contributi nonché repliche al riguardo sono senz’altro graditi.

 

Mobbing: violenza bianca!Di recente la stampa, registrando drammatici fatti di cronaca, è intensamente tornata ad occuparsi del fenomeno delle morti bianche; espressione questa utilizzata ad indicare il decesso di lavoratori nello svolgimento delle proprie mansioni.

Ma v’è, se non silenzio, certo una tendenziale sottovalutazione di un altro fenomeno che viene profondamente ad incidere sulla e nella vita dei lavoratori, oltre che delle loro famiglie. Si tratta del mobbing; termine inglese questo con cui anche in Italia sinteticamente si indica una serie di azioni poste in essere nei confronti di un lavoratore in un lasso di tempo più o meno protratto da parte del suo datore o anche dei suoi colleghi allo scopo di prostrarlo sino addirittura ad indurlo alle dimissioni o comunque ad espellerlo dall’organizzazione lavorativa in cui è inserito. Se riguardo ai lavoratori la morte viene connotata dal colore “bianco”, rispetto agli stessi soggetti la violenza a base di tal ultimo fenomeno non può non essere connotata dallo stesso colore: il bianco.

Quel che in questo fenomeno spaventa, ma forse non abbastanza da muovere a specifici interventi legislativi di tutela, che in effetti ad oggi mancano, è la civile malvagità. Si, perché nel mobbing ad agire contro il lavoratore è una o più persone apparentemente civili.

E se tale fenomeno viene poi posto in essere in contesti religiosi ? Certamente lo spavento cede allo sgomento o a ben più profondi sentimenti di raccapriccio !

I fatti di cronaca ci hanno presentato una sorta di livellamento nei ranghi sociali e negli àmbiti di perpetrazione della moderna brutalità. La nefandezza giunge a manifestarsi in crimine anche, purtroppo, in luoghi sottoposti all’autorità religiosa o comunque pervasi dall’aura della sacralità. I casi sono tanti, anche soltanto a limitare il pensiero agli ambienti religiosi prevalenti in Italia, vale a dire quelli cattolici. Al riguardo si può citare lo storico caso del convento e del paese di Mazzarino, teatro di estorsioni negli anni cinquanta in terra siciliana, sino a giungere ai numerosi casi di seminari e centri di recupero per giovani in difficoltà, scenario di abusi sessuali e di pedofilia in questi nostri ultimi anni in terra italiana e americana. Non ci si può certo schermirsi sostenendo, come invece qualcuno ha fatto, che vicende di tal specie siano favorite o costruite dalla “lobby ebraica radical chic” o dalla massoneria o dal laicismo radicale o dalla magistratura anticlericale. Se non amore di verità, di quella Verità che per fede professano, almeno onestà intellettuale e senso di cautela e giustizia vorrebbero che i vertici delle istituzioni ecclesiastiche riconoscessero apertamente che la fallacia degli uomini, anche di quelli che condividono le sacre vesti, si manifesta pure negli àmbiti posti sotto la propria vigilanza, cura, gestione. E se misfatti o alterazioni portano a scuotere enti e istituzioni religiose, lo stesso senso di cautela e giustizia vorrebbe che i medesimi vertici ecclesiastici intervenissero rimuovendo le cause della crisi, riparando il malfatto e prevenendo l’insorgere dei fattori di pregiudizio; e ciò prima che lo scandalo stracci non solo le loro vesti ma la stessa fede.

Ombre di un concreto deterioramento della corrispondenza ai superiori fini e principi della Chiesa cattolica paiono ora stendersi su strutture di questa o ispirate da questa presenti in terra di Taranto. Taranto, una terra già balzata ai disonori della cronaca negli ultimi anni per gravose situazioni. V’è il dissesto finanziario dell’Amministrazione comunale, con un debito di 357 milioni di euro, con arresti, non però del sindaco Rossana Di Bello, e 33 indagati, tra funzionari ed ex amministratori, per falso, abuso di ufficio, truffa, peculato, corruzione etc. V’è il critico inquinamento aereo di origine industriale, prevalentemente dallo stabilimento siderurgico ILVA, o, secondo alcuni, di concorrente e non trascurabile fonte veicolare, con un notevole incremento, negli ultimi 30 anni, della mortalità per cancro. V’è l’inquietante problema della sicurezza della incolumità e della tutela della salute dei lavoratori dello stesso stabilimento ILVA, con la significativa ricorrenza di infortuni e morti bianche. Ed ora, come se tali attacchi ad essenziali beni della collettività, quali appunto la cosa pubblica, l’economia sostenibile, l’ambiente, la salute, peraltro posti in essere da alti responsabili degli enti coinvolti, non bastassero, la Terra Jonica deve registrare la mancata resistenza di strutture ecclesiastiche a tener indenni coloro che vi operano dall’odioso fenomeno del mobbing.

Nel contesto lavorativo della città dei due mari, in realtà, la violenza bianca fece la sua prima clamorosa comparsa una decina di anni fa e in ambito industriale. Nel maggio del ’97, una dozzina, poi diventata una settantina, di impiegati “indesiderati” del centro siderurgico ILVA furono confinati per quasi un anno in una palazzina inutilizzata e fatiscente, quella che ospitava gli uffici del laminatoio a freddo, la cosiddetta “palazzina LAF”, all’interno dello stesso centro siderurgico, venendo costretti all’inoperosità e limitati nella comunicazione con l’esterno. In tal modo si voleva imporre a questi lavoratori di accettare il declassamento contrattuale da impiegati a operai, altresì platealmente mostrando a tutti gli altri lavoratori dello stabilimento la consistenza del potere datoriale. Ai lavoratori la dequalificazione continuativa, con fini punitivi, comportò serie conseguenze sul piano psichico e fisico. Agli autori, undici tra dirigenti e quadri del siderurgico, tra i quali Emilio Riva, presidente del Consiglio di Amministrazione dell’ILVA, e Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento, la stessa situazione comportò l’imputazione del reato di tentativo di violenza privata, cui successivamente si accompagnò quella per frode processuale a ragione del mutamento dello stato dei luoghi compiuto nella palazzina LAF, onde farla apparire più vivibile, nel periodo compreso fra la notifica del decreto di ispezione e la sua esecuzione da parte della magistratura. L’Autorità giudiziaria avviò le indagini nei primi mesi del ’98. Alla fine del ’99 si iniziò il processo, che, in primo grado, dopo due anni, il 7 dicembre 2001, giunse a sentenza con condanne tra i due anni e tre mesi ai nove mesi di reclusione. In appello, il 10 agosto 2005, le condanne furono confermate, con pene leggermente ridotte rispetto a quelle precedentemente inflitte. La Cassazione, con sentenza 8 marzo 2006 - 21 settembre 2006, ha confermato la decisione di secondo grado. Si tratta di un emblematico e famigerato caso di mobbing, tra i più citati negli studi, non soltanto italiani, su tale patologia organizzativa.

Nel contesto lavorativo della città dei due mari il mobbing sembra aver fatto di nuovo comparsa negli ultimi tempi e in un nuovo àmbito, quello ecclesiastico e, in particolare, cattolico; nuovo almeno per quel che si sa.

Risultando al momento superflui ulteriori dettagli, inoppugnabile certezza v’è su alcune circostanze. Una donna, sin dal 1986, all’età di ventitré anni, è impiegata in un ente di formazione istituito e gestito nella provincia di Taranto dalla Chiesa cattolica. Svolge innumerevoli mansioni e si spende per la migliore organizzazione dell’ente dedicando a questo tredici anni della propria vita, con grande e manifestato apprezzamento dei responsabili, dei docenti e degli studenti. Dal 1999, nello stesso ente vengono a determinarsi situazioni che, sin dagli ultimi mesi del 2004, sulla persona della lavoratrice, ormai madre di famiglia, con marito e due figli appena adolescenti, si conclamano in gravi lesioni consistenti in disturbi, anche somatoformi, da panico e da sindrome post-traumatica da stress nonché in depressione grave; il tutto determinato da una continua situazione occupazionale disfunzionale caratterizzata da sovraccarico di lavoro e da costrittività organizzative ed attribuibile ad un fenomeno palesemente di mobbing lavorativo e relazionale, come accertato da specialisti in materia e da alcune delle più importanti e maggiori cliniche del lavoro in Italia. Nel marzo 2005, dopo diciotto anni di lavoro nello stesso ente ecclesiastico, la lavoratrice, madre di famiglia e ormai quarantaduenne, viene licenziata. Le lesioni vengono diagnosticate con carattere permanente per un grado non inferiore al 71,20 per cento; si, proprio settantuno e venti per cento. A parere degli specialisti, pur con appropriate terapie la malattia potrebbe persistere per non meno di cinque-sei anni circa; si, proprio cinque-sei anni almeno di malattia, nell’ipotesi più fausta; ma residuando sempre esiti permanenti difficilmente reversibili.

Si è così distrutta una persona e, con questa, anche la sua famiglia.

E la terra di Taranto, già martoriata dalle disfunzioni sia del potere politico-amministrativo sia del potere economico, da questo fatto risulta ancor più incisa e, questa volta, per effetto di altri àmbiti.

Sulla vicenda, che è emersa appunto alla fine del 2004, il potere giudiziario sta ad oggi ancora alacremente operando, tanto alacremente, si auspica, quanto l’impenetrabilità del silenzio che assordantemente finora sul caso ha dominato.

L’auspicio del buon e intenso operare non può non essere alimentato !

D’altro canto, cosa può fare l’individuo, vittima o non ancora vittima, innanzi al delineato dissesto se non riporre fiducia nelle superiori e imparziali istanze dello Stato di diritto, aspettandosi e, se del caso, reclamando un agire senza timore e tremore ?


Scritto il 31 Marzo 2008 da Pico della Tarantola

Categoria: Lavoro, Società | 3 Commenti »

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Storie di ordinari soprusi


MobbingIl “MOBBING”: in Ialia è un male endemico, un milione e mezzo di casi denunciati. Soprusi e umiliazioni quotidiane che finiscono prima in clinica e poi in tribunale.

Gli abusi e le vessazioni subite in ambito lavorativo sono difficili da dimostrare legalmente. In Italia esistono gli sportelli “mobbing” presso le Camere del Lavoro e se ne sentono di tutti i colori:

  • l’impiegata che al rientro dalla maternità trova la sua scrivania occupata da un’altra persona e viene relegata ad una mansione secondaria;
  • il capoufficio che si ritrova senza più nessuno da dirigere e senza neppure un incarico preciso per se stesso;
  • il giovane operaio emarginato e costretto a fare i turni peggiori per avere chiesto maggiori tutele sindacali;
  • la cassiera del supermercato che per aver rifiutato le avances di un superiore si è ritrovata spedita dietro al banco del pesce, al freddo e in mezzo al persistente odore di trote e molluschi.

Situazioni che si verificano perché nell’ambiente di lavoro si cercano costantemente dei “capri espiatori” per giustificare un fallimento aziendale, ma anche solo per invidie o risentimenti personali, puro sadismo o semplici antipatie.

Il “mobbing” è un mostro, che si presenta in punta di piedi, sottilmente, si appalesa con piccole critiche, cresce con l’isolamento professionale ed umano, anche venato da un certa derisione, che porta ad un demansionamento professionale e si conclude con vere e proprie vessazioni, aggressioni verbali in pubblico e culmina con il licenziamento.

Chi subisce il “mobbing” spesso si ammala, depressione e psicofarmaci per affrontare il calvario quotidiano, perché non sempre si è nelle condizioni di potersi licenziare, quindi si subisce di tutto, passivamente.

Invece bisogna reagire, bisogna instaurare sacrosante vertenze con i datori di lavoro di fronte al giudice del lavoro, vertenze che tendono al riconoscimento del danno biologico ed esistenziale (avvio del procedimento ex art 410 cod. proc. civ. per discriminazioni e vessazioni sul luogo di lavoro da parte dei preposti – risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, compresi quelli biologici, esistenziali e morali).  


Scritto il 14 Marzo 2008 da Gianni di Tacco

Categoria: Lavoro | 1 Commento »

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