le cose che non vanno

Una goccia nel mare delle inefficienze, degli sprechi, dei soprusi e dei torti subiti…

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Commissione Parlamentare Antimafia: la relazione sulla ‘ndrangheta


La Commissione parlamentare antimafia ha elaborato una relazione che apre uno squarcio non solo nella conoscenza e nell’analisi di una organizzazione criminale ma anche sul sistema di relazioni sociali economiche e politiche di una regione importante come la Calabria.

 

La ”ndrangheta non è un’organizzazione di povera gente ma una struttura molto più complessa e dinamica, che, pur se in modo autoreferenziale, si considera un’elite e che tende all’occupazione delle gerarchie superiori della scala sociale.

Il principale punto di forza della ‘ndrangheta è nella valorizzazione criminale dei legami familiari. La struttura molecolare di base è costituita dalla famiglia naturale del capobastone; essa è l’asse portante attorno a cui ruota la struttura interna della ‘ndrina

È bene precisare che non c’è mai stata una struttura di vertice della ‘ndrangheta calabrese paragonabile a quella della Commissione di Cosa Nostra e fu solo nel 1991 che, per superare un conflitto che aveva generato diverse centinaia di omicidi, fu costituita una struttura unitaria di coordinamento.

 Oggi la ‘ndrangheta è l’organizzazione più moderna, la più potente sul piano del traffico di cocaina (mediando fra le due rotte, quella africana e quella colombiana), quella capace di procurarsi e procurare micidiali armi da guerra e di distruzione, la più stabilmente radicata nelle regioni del centro e del nord ed all’estero procedendo al seguito degli emigrati ad un’ esplicita scelta di politica mafiosa di vera e propria colonizzazione criminale.

La ‘ndrangheta affronta le sfide della globalizzazione con una modernissima utilizzazione di antichi schemi, con una combinazione di strutture familiari arcaiche e di un’organizzazione reticolare, modulare o - per usare l’espressione di un grande studioso della modernità e della post modernità, Zygmunt Bauman – liquida.

Nella Calabria di oggi gran parte delle attività economiche, imprenditoriali e produttive sono condizionate, infiltrate e alcune dirette dalle cosche della ‘ndrangheta.

La commissione ha evidenziato la pervasività della mafia utilizzando come metafore della modernizzazione delle attività e dei condizionamenti delle cosche il Porto di Gioia Tauro e l’autostrada Salerno-Reggio Calabria mettendo a nudo i meccanismi di controllo e gestione dei flussi di denaro pubblico nazionali ed europei, e la capacità delle ‘ndrine nel corrompere la pubblica amministrazione per trarre vantaggio da ogni forma di asservimento delle risorse pubbliche ai loro interessi.

Focus centrale della relazione è la sanità calabrese, portando alla luce i drammi delle A.S.L. di Locri e di Vibo, metafore del fallimento politico e della delegittimazione morale della gestione della sanità pubblica e degli interessi mafiosi nella sanità privata in spregio ad ogni diritto, fino a quello più sacro, della vita umana.

La salute saccheggiata, spartita, mercificata, svenduta per un consenso politico che privilegia l’ossessiva ricerca del profitto sulla vita.

La sanità pubblica viene fatta morire per alimentare il senso comune dell’utilità della sanità privata. Chi governa  crea così l’alibi per drenare risorse pubbliche verso un sistema d’affari privato che spesso, in Calabria, ha come soggetto diretto d’impresa la ‘ndrangheta.

La ‘ndrangheta emerge forte, con le sue ricchezze e la sua capacità economica, riesce a soddisfare i bisogni della gente quando questi non trovano nella politica la possibilità di ricevere risposte pubbliche.

La forza della ‘ndrangheta è l’altra faccia della debolezza della politica. Ma le ragioni di questa non possono essere cercate fuori da sé. La debolezza è l’elemento centrale di un sistema clientelare di potere che per riprodurre consenso e voti non può essere messo in discussione, pena la crisi della sua presa sociale. E’ così che questo meccanismo produce anche la passivizzazione dei cittadini, pronti ad accettare corruzione e mediazione mafiosa in assenza di diritti esigibili, opportunità garantite dai concorsi pubblici agli appalti e trasparenza delle scelte politiche e della pubblica amministrazione.

Le continue inchieste della magistratura che, pur in assenza di sentenze definitive, colpiscono esponenti di primo piano di tutti i partiti, gli avvisi di garanzia che investono buona parte del Consiglio regionale, assessori regionali o ex assessori ristretti in carcere per reati collegati alla mafia o esponenti di primo piano dei partiti sotto processo o già condannati per corruzione, rappresentano, purtroppo, la fotografia della realtà.

Quando i partiti e la politica arrivano, lo fanno sempre dopo la magistratura e intervengono spesso solo per autotutelare un sistema che non riescono e non vogliono mettere in discussione e che fino all’azione giudiziaria era i loro sistema.

Il vecchio trasformismo meridionale sembra immutabile nel tempo. Si è evoluto  nella pratica del cambio di casacca da uno schieramento all’altro in vista di ogni competizione elettorale. Pacchetti di voti vengono offerti sul mercato dello scambio immorale del consenso e chiunque si trovi a svolgere la funzione di governo, se vuole acquisirli, deve assicurare l’inamovibilità e la continuità degli interessi che quei voti esprimono, deve alimentarne il bacino clientelare, deve trattare con chi ne assicura la rappresentanza. A questo è piegata la gestione della spesa pubblica.

In intere aree della regione, come si è ampiamente dimostrato nelle pagine precedenti, questi interessi e questi voti sono alimentati e gestiti sul mercato della politica dalle famiglie della ‘ndrangheta.

La pervasività delle ricchezze e degli interessi della ‘ndrangheta, il blocco sociale dell’illegalità che unisce il disoccupato alla borghesia mafiosa che gestisce le finanze delle ‘ndrine e ne cura i rapporti politici e istituzionali, l’inquinamento della pubblica amministrazione, ci indicano la strada difficile da percorrere: colpire i patrimoni, le finanze delle cosche, intercettare i circuiti del riciclaggio, destinare le sue ricchezze ad uso sociale.

La lotta contro la ‘ndrangheta, vede impegnati quotidianamente donne e uomini dello Stato, della magistratura e delle forze di polizia, in un corpo a corpo quotidiano sul territorio. L’arresto di Pasquale Condello, uno dei capi indiscussi ricercato da quattro lustri, il primo dei calabresi nell’elenco dei 30 più pericolosi latitanti predisposta dal Ministero dell’Interno, dimostra che è possibile colpire i più alti livello delle cosche.

Ma lo Stato deve operare verso la Calabria le stesse scelte compiute, in altre stagioni, verso altre parti del paese. Lo deve fare anche il Consiglio Superiore della Magistratura, che non può guardare alla frontiera degli uffici giudiziari calabresi, senza coglierne l’esposizione in prima linea.

Rimane tutta da conquistare una dimensione culturale, sociale e morale della lotta alla mafia.

In Calabria la ‘ndrangheta non può essere sconfitta senza la ricostruzione di un’etica pubblica e l’affermarsi di un processo di riforma radicale  della politica, a partire dalla selezione delle classi dirigenti dei partiti e delle loro rappresentanze istituzionali, sulla cui trasparenza e moralità pubblica non deve esistere alcuna ombra.

C’è una società che chiede e ha diritto a questa svolta.

La risposta è nelle mani delle istituzioni repubblicane e di ognuna e ognuno dei cittadini della Calabria e dell’intero Paese.

FONTE: Relazione annuale della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare - Relatore On. Francesco Forgione


Scritto il 21 Febbraio 2008 da Gianni di Tacco

Categoria: Politica, Società | Nessuno commento »

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Liberalizzare la prostituzione, la professione più antica del mondo.


Lupanare - PompeiLa prostituzione, definita la “professione” più antica del mondo, è un fenomeno endemico in tutte le civiltà a tutte le latitudini.

In Italia le vie delle nostre città di notte (e anche di giorno) assumono le sembianze di un supermarket del sesso, sono invase da prostitute (ci sono quasi 100 mila persone che si prostituiscono, 65% per strada, 90% donne).  Si assiste costantemente a inaccettabili atti osceni, e non intendo quelli di sesso esplicito in pubblico, ma mi riferisco alla violenza dello sfruttamento e della riduzione in schiavitù di esseri umani.

Il nostro amato Paese ha, come sempre un atteggiamento “cerchiobottista”, attualmente è in vigore una legislazione “ibrida” (legge Merlin – nr.75/1958) che non punisce né prostituta né cliente, ma solo chi favorisce o sfrutta la prostituzione (il pappone), reato difficilissimo da provare (non ci sono in questo campo contratti scritti o ricevute fiscali.

In Olanda, dove le case chiuse sono legali le lavoratrici/lavoratori del sesso sono fuori da un mercato clandestino e sotterraneo e conseguentemente fuori dallo sfruttamento.

Esercitano in zone appositamente adibite e protette, lontane dalla città, ma controllate e sottratte alla malavita, con la conseguenza di non avere reati connessi alla prostituzione e all’immigrazione illegale.

Si è risolto il problema sanitario, in quanto si sottopone, per la loro tutela e per tutela dell’utenza, quanti esercitano la professione a controlli medici periodici.

Infine queste lavoratrici/tori pagano regolarmente le tasse, la prostituzione costituisce un’attività di grande impatto economico con un fatturato ragguardevole che contribuisce attivamente all’economia olandese.

Liberiamoci quindi dai falsi perbenismi che ci opprimono e che invece sono complici della riduzione in schiavitù di esseri umani deboli che sono obbligati per necessità a fare questa scelta “professionale”, liberiamo la prostituzione dal giogo dello sfruttamento della criminalità organizzata, dalla violenza nonché dall’incubo delle malattie trasmissibili per via sessuale (AIDS incluso) e guardiamo finalmente alla realtà, scegliendo pragmaticamente di importare il modello olandese.


Scritto il 2 Gennaio 2008 da Gianni di Tacco

Categoria: Società | 19 Commenti »

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Occupare casa: commettere abuso diventa diritto


Csa occupata abusivamenteIl 26 settembre la Corte di Cassazione con sentenza nr.35580 ha stabilito che "occupare le case popolari non sempre è reato".

Secondo la Suprema Corte, lo stato di indigenza può costituire giustificato motivo dell’occupazione della casa, «bene primario». Forte di questo principio è stato accolto il ricorso di una 38enne romana, Giuseppa D., già condannata dal Tribunale di Roma e confermata dalla Corte d’Appello nel dicembre 2006 per il reato di occupazione abusiva di un immobile di proprietá dell’Iacp.

Il ricorso è ‘fondato’; «ai fini della sussistenza dell’esimente dello stato di necessitá previsto dall’art. 54 c.p., rientrano nel concetto di danno grave alla persona non solo la lesione della vita o dell’integritá fisica, ma anche quelle situazioni che attentano alla sfera dei diritti fondamentali della persona, secondo la previsione contenuta nell’art. 2 della Costituzione».

Pertanto si è legalmente prosciolti dall’accusa del reato di occupazione abusiva se ci si impossessa di un alloggio popolare, versando in una situazione di grave indigenza, tanto più se lo stato di necessità è aggravato dalla presenza di un minore.

Demagogico traguardo della nostra “moderna” società che inserisce il «diritto all’abitazione» tra i «beni primari collegati alla personalità» che meritano di essere annoverati tra i diritti fondamentali della persona che però, in questo modo, calpesta i diritti di chi si rivolge all’Istituto Autonomo Case Popolari per la via legale richiedendo l’assegnazione di un alloggio ed è inserito in una legittima graduatoria (decine di migliaia di famiglie).

Il presidente dell’Aler di Milano Luciano Niero ritiene che: “questa sentenza può aprire un percorso grave e pericoloso. Perché non distingue tra chi esprime un bisogno nella legalità e chi viola la legge”.

Il fenomeno già senza questa sentenza è diffuso in tutta Italia (migliaia di alloggi occupati solo tra Roma e Milano oltre 10.000), esiste anche un vero e proprio mercato di compravendita: 50-60 mila euro per subentrare nell’occupazione abusiva passando per un periodo di “convivenza” cartolare che ne giustifica il passaggio.

E’ necessario ristabilire legalità, le case popolari devono essere assegnate mediante graduatorie di merito che tengano conto anche del nuovo fenomeno della precarizzazione del mondo lavoro e non ai furbi che le occupano.


Scritto il 14 Novembre 2007 da Gianni di Tacco

Categoria: Società | 1 Commento »

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