Sempre più pressante il peso di una povertà dilagante
In questi giorni di crisi finanziaria si sente sempre più pressante il peso di una povertà dilagante nella nostra società.
Questa condizione che con il mutare degli equilibri economici stringe al collo singoli individui o intere collettività umane che si trovano esclusi dall’accesso ai beni essenziali e primari e ai servizi sociali d’importanza vitale.
In Italia molti cittadini si sono impoveriti improvvisamente, a causa delle speculazioni sull’Euro e sull’aumento dei prezzi dei beni al consumo.
Secondo i dati ISTAT ci sono circa 11 milioni di persone che vivono in povertà, 3 milioni in povertà assoluta (reddito inferiore a 550 euro al mese) e 8 milioni vivono in una povertà relativa (800 euro al mese). Questi ultimi sono i cosiddetti poveri “grigi”.
Persone di buona famiglia che per la loro dignità si obbligano a far finta di non essere in difficoltà, ma che poi sono costretti ad andare di nascosto alle mense dei poveri o agli spacci di alimentari gestiti dalla Caritas. Si vergognano di “quello che può dire la gente”. La vergogna è un supplemento di pena per i poveri "grigi".
Gente normale è risucchiata nella miseria dalla crisi economica. Nuovi poveri con lo stipendio. Donne, uomini, famiglie travolti d’improvviso dall’economia in euro e dalla soglia della quadratura dei conti, che altrettanto repentinamente diventa impossibile da raggiungere.
Nuovi poveri si diventa! Ogni anno 40 mila piccole imprese e attività artigianali più 150 mila commercianti falliscono per usura.
E, da poveri, si finisce con il perdere anche la casa, sono in aumento gli sfratti nelle grandi città (+ 150%) e delle richieste di sfratto ( + 220%). Mancano i soldi dell’affitto e si è costretti a dormire dentro la vecchia utilitaria.
Vittime di una guerra silenziosa e dolorosa, che si combatte ogni giorno fra le mura domestiche. Poveri "grigi" spuntati all’improvviso: passati dalla normalità alla povertà da un giorno all’altro, cacciati dal benessere della società delle apparenze e dei consumi.
Le organizzazioni umanitarie ricevono migliaia di nuovi contatti ogni mese, e statisticamente le famiglie italiane sorpassano nello stato di bisogno di gran lunga quelle di immigrati.
Una nuova “specie” di poveri, che hanno il cellulare, la tivù e l’auto, poveri che non sembrano poveri, sono i nostri vicini di casa i passanti che ci stanno intorno, la vecchietta in fila alla cassa del supermercato che ha acquistato solo un sacchetto di patate.
Storie che non fanno nemmeno notizia, perse nelle pieghe dell’indifferenza.
Un padre di famiglia che fa l’operaio per mille euro, con due figli, che va in cassa integrazione o peggio è licenziato e inizia ad accumulare affitto arretrato, così la sua famiglia, considerata fino a ieri con risorse normali, sta per finire sulla strada "non siamo ricchi, ma non avrei mai pensato di andare a dormire in auto".
Un pensionato che si è visto erodere la pensione da un inflazione non dichiarata dai nostri governi (sia Prodi che Berlusconi) e si trova adesso a malapena i soldi per mangiare, pagarsi l’affitto e non sempre quelli per curarsi.
Un ragazzo giovane che trova solo lavori “precari” sempre sul filo del “licenziamento” se ti ammali o se hai altre pretese. Il precariato è la nuova schiavitù: non puoi permetterti una casa tua, figuriamoci mettere su una tua famiglia, quindi sei costretto a rimanere a vivere in casa con i genitori e subisci anche l’umiliazione di essere chiamato “bamboccione”.
Un cittadino che si è lasciato irretire dal credito al consumo ed ora è stritolato dalle rate (negli ultimi sei anni, in media ogni italiano ha accumulato 7.735 euro di debito), oppure che ha visto andare in fumo i suoi risparmi da scelte estreme fatte a sua insaputa dalla sua banca.
Questo “salto di specie” di questa malattia che si chiama povertà deve preoccuparci. Le necessità dei poveri "grigi", dei lavoratori-poveri, non sono certo quelle dei barboni, a cui basta un posto letto e un pasto caldo.
Quando una famiglia "normale" crolla, la sua crisi è fragorosa e le falle non si tappano certo pagando una bolletta. I poveri-lavoratori che non arrivano al 27 del mese, non hanno i soldi per fare la spesa nella famigerata quarta settimana hanno bisogni differenti.
Purtroppo il problema è anche più vasto, chi si trova fuori dalla soglia di povertà è comunque in bilico, un impiegato che guadagna circa mille euro al mese, non è considerato povero, nemmeno povero “relativo”, anche con moglie e figli a casa sua non manca da mangiare o da vestirsi, ma la famiglia deve stringere la cinghia, non si possono mai fare viaggi e vacanze e non si può andare al ristorante o in pizzeria né andare al cinema. Anche i consumi cambiano, nel carrello della spesa non comprano più le stesse merci di prima. Ed i figli possono iniziare ad essere considerati un peso economico.
Se la durata della povertà non è una breve situazione contingente, ma tende a persistere, intaccata la posizione sociale del cittadino che si trova emarginato dalla società a costretto a dover combattere con le esigenze primarie dell’alloggio, della sanità, dell’istruzione e del sostentamento alimentare.
Le stime forniscono un quadro di alto “turnover” in povertà: il 48% di quelli che cadono in povertà riescono ad uscirne dopo solo un anno e tra il 19 e il 25% di coloro che escono purtroppo vi rientrano dopo il primo anno.
La povertà quando diviene persistente comporta ulteriori conseguenze sociali, come l’incremento del lavoro minorile che pur producendo una fonte di reddito immediata essenziale per le famiglie povere, causa un difetto dell’ istruzione determinando una sorta di circolo vizioso della povertà.
La povertà può provocare anche lo scivolare verso l’illegalità aumentando la propensione al compimento ad atti criminosi.
L’apparire dei poveri “grigi” suscita sorpresa e senso di impotenza nell’opinione pubblica, che deve fare pressione sulla Politica affinché non sottovaluti il fenomeno, si assuma le sue responsabilità nella sua creazione e si rimbocchi le maniche nel cercare e trovare le giuste risposte di politica economica che possano risolverlo.
Scritto il 15 Ottobre 2008 da Gianni di Tacco
Categoria: Società |
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