le cose che non vanno

Una goccia nel mare delle inefficienze, degli sprechi, dei soprusi e dei torti subiti…

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Il Tibet è in fiamme. Il mondo distratto e opportunista pensa alle Olimpiadi di Pechino ed agli affari economici con la Cina.


Per capire le ragioni della rivolta bisogna fare un’analisi storica partendo dal 1949, quando le mire coloniali della Cina sul Tibet trovano la loro realizzazione.
Dopo una “guerra psicologica” fatta di comunicati radiofonici che annunciano per il Tibet l’imminente "liberazione dal giogo dell’imperialismo britannico" e di manipolazione da parte dagli emissari di Mao del Dalai e del Panchen Lama, allora adolescenti. Il 7 ottobre quarantamila soldati dell’Esercito di liberazione popolare invadono il Tibet occidentale uccidendo (liberando dal giogo della vita) ottomila soldati tibetani.

L’Europa anche allora ritenne che non era conveniente intervenire e pertanto considerò l’invasione del Tibet come una questione interna cinese, gli Stati Uniti già impegnati a difendere la Corea non osarono sfidare Mao, negli annali delle Nazioni Unite a quella data l’unico Paese che solleva la questione è il Salvador. Le truppe d’occupazione seguirono istruzioni astute per accattivarsi la popolazione locale e inizialmente non si abbandonano a saccheggi e violenze, anzi corteggiarono il consenso della nobiltà e del clero buddista.

Nel 1954 il Dalai e il Panchen Lama invitati a Pechino da Mao vengono sedotti dal leader comunista, che solo alla fine del loro soggiorno getta la maschera accusando il buddismo di essere un "veleno". Tornati in patria i due giovani leader religiosi scoprono che lontano da Lhasa, nelle provincie di Amdo e Kham, le milizie comuniste hanno già cominciato a svuotare i monasteri. Repressione e arresti di massa scatenano nel 1955 le prime fiammate di insurrezione armata, a cui partecipano i monaci buddisti.

Nel 1956 Pechino scatena una delle sue offensive più sanguinose, con 150.000 soldati e bombardamenti a tappeto. Nel 1959, quando il Dalai Lama in pericolo di vita fugge in esilio in India, la repressione cinese ha fatto 65.000 vittime, altri 70.000 tibetani sono deportati nei campi di lavoro (laogai) e 80.000 hanno attraversato il confine indiano o nepalese per finire negli accampamenti di profughi.

Tibet Libero! Free Tibet!

Nel 1965 il Tibet viene annesso definitivamente come "regione autonoma" di Xizang ("la Dimora del Tesoro occidentale", nome cinese del Tibet) divenendo uno degli esperimenti estremi della Rivoluzione culturale. Il fanatismo delle Guardie rosse devasta uno dei più ricchi patrimoni artistici e archeologici dell’umanità. I comunisti cinesi decidono di annientare tutto ciò che ricorda la religione: castelli e statue, dipinti e libri antichi vengono distrutti. Su seimila templi e monasteri censiti prima del 1959 non ne resta intatto neanche uno nel 1976, dopo dieci anni di Rivoluzione culturale. Stremati anche dalle carestie, i tibetani non perdono però la volontà di resistenza. Basta un allentamento del controllo, quando nel 1980 il riformista Hu Yaobang diventa il numero uno in Cina, e le insurrezioni tornano a moltiplicarsi negli anni 80. Finché Pechino manda a commissariare il Tibet un giovane burocrate in ascesa, Hu Jintao: l’attuale presidente della Cina. L’8 marzo 1989 Hu dichiara la legge marziale in Tibet e scatena un’altra repressione sanguinosa. È la prova generale del massacro di Piazza Tienanmen.

Dopo di allora la normalizzazione ha imboccato un’altra strada, quella della ricchezza capitalistica che affluisce insieme con la colonizzazione demografica dell’etnia dominante dei cinesi: gli Han (militari e poliziotti di stanza a Lhasa sono quasi tutti Han, come i dirigenti del partito comunista locale, il regime comunista peraltro si è riservato il diritto di consacrare i "veri" lama reincarnati così come nomina i vescovi della “religione cattolica patriottica” che non fa capo al Vaticano. Con questa ultima strategia si sono manifestati segnali di “ammorbidimento”: il buddismo delle lamasterie viene tollerato, il pellegrinaggio a Lhasa è perfino diventato di moda tra i figli della nuova borghesia rampante di Pechino e Shanghai, il restauro del palazzo Potala, il più celebre monumento della capitale tibetana Lhasa (dimora dei Dalai Lama) è ridotto a una curiosità per comitive di turisti, per un fedele buddista l’offesa equivale a ciò che proverebbe un cattolico di fronte a San Pietro e il Vaticano trasformati in parco-divertimenti.

Dal 13 marzo è divampata in Tibet la protesta contro l’occupazione cinese. Partita dai due monasteri di Lhasa che per la loro importanza storica sono conosciuti come “i pilastri del Tibet” – Sera e Drepung - è poi degenerata in violenti scontri con centinaia di morti nelle strade.

Il regime comunista cinese ha accusato il Dalai Lama di fomentare gli scontri che stanno divampando in tutto il paese per creare scompiglio in vista delle Olimpiadi di agosto: "Un piccolo gruppo di separatisti e fuorilegge si è prodigato in atti estremi con l’intento di attirare l’attenzione e destabilizzare la Cina nel periodo che precede i Giochi Olimpici” e ancora "Il governo cinese proteggerà in modo risoluto la sovranità nazionale e l’integrità territoriale", invitando gli altri paesi a proteggere il proprio personale diplomatico. Intanto ha isolato il Tibet tenendo fuori dalla regione turisti e stampa internazionale e chiudendo Youtube per nascondere alla popolazione cinese i massacri in corso.

Il Dalai Lama, dal suo esilio (Dharamsala nell’India settentrionale) lancia un appello al governo cinese chiedendo di «rinunciare all’uso della forza» e respinge le accuse della Cina che gli attribuiscono la responsabilità della rivolta.

L’Unione europea protesta debolmente ed ha chiesto alla Cina «moderazione». Gli Stati Uniti fanno ancora meno ed esprimono «rammarico» per le violenze richiamando la Cina al «rispetto della cultura tibetana». Per concludere il “coro di voci bianche” il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha espresso oggi la sua preoccupazione per gli scontri della regione himalayana per gli eventi e ha chiesto "moderazione" alle parti. E’ escluso che il Consiglio di Sicurezza affronti la vicenda del Tibet, soprattutto per il timore di infastidire Pechino che considera il Tibet "una questione interna"…ma non è lo stesso per il Kosovo e la Serbia?.


Scritto il 20 Marzo 2008 da Gianni di Tacco

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Se la Cina è il futuro del mondo stiamo freschi! Boicottiamo i prodotti cinesi!


Made in ChinaOgni giorno si legge dei balzi in avanti che fa l’economia cinese, ma il prezzo da pagare è altissimo.

Gli imprenditori occidentali, italiani in prima fila, producono i loro prodotti in Cina perché il costo del lavoro è bassissimo, si sfruttano legioni di operai-schiavi privi di ogni copertura sociale e previdenziale.

I prodotti cinesi, anche se privi delle certificazioni europee, anche se tossici, di scarsa qualità, continuano ad invadere i nostri mercati.

La crescita del PIL in Cina è al 10 % (in Italia siamo al 1,2%), ogni anno si hanno milioni di ricchi in più (in Italia ogni anno molte famiglie scendono sotto la soglia di povertà), in Cina si fanno opere pubbliche faraoniche (la diga più grande del mondo), senza tener conto di devastare la natura o evacuare milioni di persone, ogni anno si inurbano 15 milioni di cinesi e quindi è come si costruissero due New York, tutto questo comporta dei costi immani per l’ecosistema mondiale.

La Cina è il vero impero del male, una dittatura dotata di una lucida intelligenza, che ha lasciato libera l’iniziativa economica fino a non fregarsene niente dei cittadini comuni e degli operai, una società volta ad ottimizzare il profitto ed il lucro, il plus valore (eppure sono ancora comunisti), tutto è permesso, tutto si compra e tutto si vende (esseri umani compresi), unico veto assoluto è la politica, da Tienanmen in poi chi si interessa di politica è perseguitato e ucciso, ogni opposizione repressa, internet censurata, Taiwan nelle mire espansionistiche, il Tibet occupato con il Dalai Lama esiliato e chiunque nel mondo è diffidato dall’incontrarlo, anche in Italia non gli è stato permesso di parlare alla Camera dei Deputati, perfino ad un concorso di bellezza in Malaysia, su pressione di Pechino, «Miss Tibet» poteva parteciparvi solo come «Miss Tibet-Cina».

In Cina ci sono più esecuzioni capitali che in tutto il resto del mondo messo insieme, ma a tutto questo non si pensa, adesso si avvicinano le olimpiadi e la Cina si prepara per dare un’immagine positiva, addirittura si fa scuola di tifo: “150 persone alla volta dentro una stanza insonorizzata ad applaudire a comando. Quando si alza la bandiera gialla parte l’urlo, uno a scelta tra i 20 cori autorizzati. Dirige il traffico Zhang Xi, 24 anni e la tessera della gioventù comunista, uno tanto dentro il sistema da prendersi un giorno di ferie per insegnare a esultare. «È un onore». Nessuno di quelli che imparano a cantare «Zhongguo, Zhongguo bi sheng» (più o meno «Cina Cina vincerà») è certo di avere uno dei sette milioni di biglietti a disposizione, ma le lezioni fanno parte di un programma rieducativo soprannominato «galateo olimpico» e destinato a stravolgere la società cinese.

E’ arrivato il momento di dire basta, boicottiamo i prodotti cinesi e puntiamo sulla qualità di quelli europei!


Scritto il 8 Dicembre 2007 da Gianni di Tacco

Categoria: Società | Nessuno commento »

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