Se ho un problema di salute in Emilia Romagna o in Lombardia mi chiedo: "dove devo andare per curarmi", se ho il medesimo problema in Calabria mi chiedo "a chi mi devo rivolgere"? La sanità è il buco nero della Calabria, è il segno più evidente del degrado, è la metafora dello scambio politico-mafioso, del disprezzo assoluto delle persone e del valore della vita.
Il mondo della sanità è importante, innanzitutto, per "l’occupazione che assicura e l’indotto che ne deriva… Di qui gli investimenti della criminalità organizzata, non solo di tipo economico (con la realizzazione di attività imprenditoriali nello specifico settore), ma anche, e soprattutto, su soggetti politici ad essa legati". Soldi e uomini. Questa è la miscela che fa andare avanti le cose, i capitali veri, animati ed inanimati, di cui dispone la ‘ndrangheta.
Esempio emblematico è Villa Anya che è una clinica privata nella disponibilità di Domenico Crea, anche se la proprietà della stessa è stata attribuita "fittiziamente" alla moglie e ai figli, "al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di prevenzione patrimoniale". Per questa clinica l’onorevole Crea ha fatto di tutto. Innanzitutto, per dargli vita, ha investito grandi quantità di soldi.
Secondo la Guardia di finanza risulta un "versamento da parte del Crea in data 15/11/2001 di denaro in contante sul conto intestato ai genitori dello stesso presso la filiale del Banco di Napoli di Melito Porto Salvo di una somma pari a complessive £. 1.195.000.000 (un miliardo e centonovantacinque milioni)". A distanza di un mese i soldi transitarono direttamente sul conto che era nella disponibilità sua e della moglie. E’ una somma notevole, ancor più se versata in contanti. Da dove arrivano i soldi all’onorevole Crea? In quanto tempo e come li ha guadagnati? Interrogato dai magistrati spiega che erano un regalo di parte paterna e aggiunge che "il padre non ha mai intrattenuti rapporti bancari e postali e pertanto ha sempre conservato il denaro contante in casa dentro il materasso". Crea lo dice non in una cena conviviale tra amici ma di fronte ai magistrati che lo indagavano "per associazione per delinquere, truffa aggravata, corruzione e peculato".
Si può immaginare lo stupore di quei magistrati, ma soprattutto – se le parole di Crea fossero vere – si può immaginare l’ansia dei genitori, le accortezze prese per non lasciare incustodito quel tesoro, per evitare che ladri d’ogni risma potessero inavvertitamente trafugare tutto quel denaro in contanti.
Le affermazioni di Crea appaiono "grottesche" agli stessi magistrati. Sono ritenute inverosimili e piene di contraddizioni. Scrive il GIP di Reggio Calabria: "Le modalità di versamento non risultano chiare né risulta chiaro chi ha portato i soldi in banca". L’impiegato della banca Micalizzi infatti dichiara che il denaro fu portato in banca dal direttore Dott. Postilotti unitamente al Dott. Crea Domenico che giunsero ‘con due borse contenenti il denaro’. L’impiegato Liserra dice che Domenico Crea ‘è solito effettuare le proprie operazioni bancarie riservatamente nell’ufficio di direzione’. La madre dell’indagato sig.ra Annunziata Marrari afferma che: "un giorno del mese di dicembre ‘accompagnata da mia figlia Filomena Crea, mi recai al Banco di Napoli con i soldi contenuti in due borse. Mio figlio Domenico Crea non era presente". La sorella dell’indagato Filomena Crea dichiara ‘quel giorno ho accompagnato mia madre all’ingresso del Banco di Napoli, quindi lei è entrata ed io sono rimasta in macchina’. Infine il Direttore Postilotti ha dichiarato al P.M. che "il 15 novembre 2001 accompagnato dall’on. Domenico Crea e da un altro signore a me sconosciuto, mi sono recato a casa dei genitori del Crea ed ivi constata la presenza della sorella del Domenico Crea ho espletato le formalità relative all’apertura del conto…. La signora Annunziata Marrari ha aperto un armadio che si trovava nella camera da letto prelevando due borse contenenti il denaro che intendevano versare". A ciò si aggiunga che la madre dell’indagato sig.ra Annunziata Marrari mostra di non sapere che l’intera somma è stata trasferita sul conto del figlio Domenico Crea.
Infatti, la signora Marrari, in data 15 e 16 luglio 2002 dichiara che: "i soldi si trovano nella mia disponibilità tranne un’esigua parte prelevata da mio figlio Domenico Crea a mezzo di assegno bancario". Tali dichiarazioni quindi vengono a distanza di molti mesi (circa otto) dal versamento dell’assegno di lire 1.195.000.000 sul conto dell’indagato Domenico Crea (versamento avvenuto l’11 dicembre 2001) e la formale proprietaria di quel denaro è all’oscuro di tale non irrilevante circostanza. Ma, al di là della modalità con cui è stato aperto il conto, ci sono alcune circostanze che non convincono i giudici reggini i quali sono persuasi che non può "ritenersi credibile che tale ingente mole di denaro fosse conservata ‘in casa dentro il materasso’ per come dichiarato dall’indagato Domenico Crea per i seguenti motivi: 1) i genitori del Crea avrebbero irragionevolmente rinunciato a rendere fruttifero il denaro contante con conseguente perdita del potere di acquisto per effetto della svalutazione monetaria; 2) la vendita degli appezzamenti di terreni risalgono anche agli anni’60 e pertanto non è verosimile che i genitori del Crea abbiano conservato in casa banconote ormai non aventi più corso legale per oltre quarant’anni; 3) il 15 novembre sono state depositate al Banco di Napoli un’inusitata massa di banconote dal taglio di 500 mila lire e tali banconote hanno avuto corso legale soltanto a partire dal settembre 1997. Ebbene i genitori del Crea non hanno venduto alcun bergamotto dopo l’anno 1997 pertanto il possesso di quelle banconote non può collegarsi a quella vendita; 4) l’ingente somma di denaro è confluita tutta nella disponibilità dell’indagato Domenico Crea con completa obliterazione quindi delle ragioni ereditarie della sorella Filomena Crea. Infatti se il denaro era effettivamente di proprietà dei genitori del Crea non doveva essere diviso in parti uguali dagli eredi? 5) Nella conversazione telefonica dell’11 luglio 2002 intercettata il commercialista del Crea riferisce al difensore del Crea che i versamenti di denaro contante li ha fatti proprio Domenico Crea".
Nulla si sa del comportamento della banca in questione. Probabilmente è stato lo stesso della quasi totalità delle banche del Sud e del Paese: non vedono, non sentono, non denunciano le operazioni sospette. Impedendo così, attraverso comportamenti omertosi, l’affermarsi di meccanismi di trasparenza della finanza e dell’economia.
Quando la magistratura reggina, con l’operazione che efficacemente è stata definita "Onorata sanità", si è occupata del modo in cui era gestita e di come erano stati procurati i finanziamenti e gli accreditamenti presso la Regione Calabria, è venuto fuori un quadro di estremo degrado ed allarme non solo per lo stato della sanità, ma anche per l’intreccio tra ‘ndrangheta e politica, tra cosche e rappresentanti istituzionali di un certo rilievo, come il coinvolgimento del consigliere regionale in carica Domenico Crea.
Da tutta la vicenda emerge un orribile grumo di intrecci perversi tra interessi illeciti e mafiosi che condizionano tutto il sistema della sanità a livello locale, mentre a livello regionale sono coinvolti sia i dirigenti dell’assessorato alla sanità, sia Giovanni Luzzo, all’epoca assessore alla sanità della Giunta Chiaravalloti. Questa commistione determina danni non solo all’economia e alle istituzioni, ma danni concreti anche alla salute dei degenti, alcuni dei quali sono stati lasciati morire da quello che i magistrati definiscono "sistema Crea". Uno squarcio impressionante del modo di fare politica in Calabria, di come si fanno le elezioni, si raccolgono i voti e di come si fa fortuna con una politica ridotta ad affare privato, piegata agli interessi personali.
C’è una conversazione intercettata tra Domenico Crea e Antonino Roberto Iacopino nella quale il primo spiega al secondo la sua filosofia di vita politica e gli illustra la graduatoria perché il suo interlocutore possa ben comprendere l’effettivo peso relativo alla capacità di spesa finanziaria dei vari assessorati regionali. E’ una conversazione illuminante e una lezione sull’uso e l’utilità "privata" della gestione della cosa pubblica: "la sanità è prima, l’agricoltura e forestazione seconda, le attività produttive terza; in ordine … in ordine di … dai, come budget… 7 mila miliardi… 7 mila, seguimi, con la sanità…inc… 7 mila miliardi… 3 miliardi 360 milioni di euro hai ogni anno sopra il bilancio della sanità… ora si sta facendo con il contributo 2007 2006 di entrare con la sanità anche sui servizi sociali, cioè e ti prendi un’altra bella fetta di conti… inc… — e ti prendi … inc… quindi pensa tu da 7000 arrivi a 8000, 9000… miliardi. Agricoltura e forestazione assieme ci sono4.500 miliardi l’anno da gestire… attività produttive eccetera … inc… hai quasi, scarso, 4 miliardi, 3 e 9, 3 e 8". Questo fiume di danaro è gestito in prima persona dall’assessore perché, come afferma Crea, "c’è o non c’è il Presidente… inc… (si accavallano le voci) perché la delega è tua, quindi tu sei responsabile di tutto, dalla programmazione alla gestione".
Ecco spiegato con estrema crudezza l’importanza che veniva conferita all’assessorato alla sanità rispetto ad altri assessorati di spesa.
Secondo i magistrati si trattava di:"una graduatoria degli assessorati più proficui in base al budget finanziario da gestire e da accaparrare in larga parte per sé e per la cerchia dei propri amici, accompagnata dall’irrisione per chi vive di stipendio e chi si accontenta della ‘modesta’ retribuzione di consigliere regionale e dall’assicurazione di avere già reso miliardari tutti i più stretti collaboratori".
E infatti al suo interlocutore Crea diceva: "il più fesso di loro è miliardario… e ti ho detto tutto…". Crea aveva fatto ricchi gli altri, i suoi collaboratori, se ne vantava e spiegava come, potendo ritornare a fare l’assessore, il sistema avrebbe potuto riprendere a funzionare come prima: "volete ragionare con le teste e dire creiamo una struttura dove il settore ‘x’ se lo segue ‘A’. …inc… perché dopo tu hai bisogno di quelli che vanno a vendere… (…) quell’altro si prende quell’altro impegno e fa… cioè uno fa una cosa uno fa un’altra, va nelle A.S.L. e gestisce la… tu vai nelle cose… tu hai bisogno almeno di 4 o 5 che siano con te, operatori, cioè manovalanza cioè nelle… braccia, questo un settore, quello un altro, quello un altro, perché ogni assessorato hai almeno almeno 5, 6 settori da sviluppare, uno se lo prende uno e un altro, sempre sugli indirizzi che do io… qualcuno segue questa linea quell’altro segue quell’altra, l’altro segue quel”altra (…) sono stato chiaro? oppure parlo arabo io?".
Commenta il GIP di Reggio: "A fronte di prospettive di profitti di enorme portata, l’indennità di consigliere regionale (pur da tanti ritenuta scandalosamente alta) appare, agli occhi di Crea, irrisoria e ridicola: ma quando hai me cretino tu che puoi fare? ti prendi i 10 mila euro di consigliere?".
La torta è di dimensioni ben più rilevanti che non quella assicurata dallo stipendio del Consiglio regionale, quasi un reddito da pezzenti senza l’integrazione prodotta dal sistema di corruzione collegato alla funzione istituzionale. Era l’indotto quello che contava, la gestione che produceva l’affare di grande dimensione finanziaria, che determinava elevati redditi; e che redditi, se l’ultimo dei collaboratori di Crea era diventato miliardario.
Ma non c’è solo un grumo di interessi personali o clientelari che sorregge l’attività di Crea: le indagini hanno fatto emergere il legame con la ‘ndrina dominante della zona, quella dei Morabito-Zavettieri di Africo e Roghudi, alleata dei Cordì di Locri e dei Talia di Bova Marina. Essa esercitava il suo potere sul territorio "procurando voti, in occasione di consultazioni elettorali e segnatamente, da ultimo, l’elezione dei componenti del consiglio regionale della Calabria del maggio 2005 a favore di determinati esponenti politici considerati ‘di fiducia’ dell’associazione, impedendo o comunque ostacolando il libero esercizio del diritto di voto anche mediante la promessa di benefici economici (in particolare la garanzia di posti di lavoro) conseguenti alla scelta del candidato da votare" e tentando di collocare "in ruoli politico-amministrativi verticistici soggetti contigui alle cosche in grado di soddisfare mediante la propria attività istituzionale, amministrativa e privata le promesse fatte ai fini dell’elezione e soprattutto di realizzare gli interessi economici diretti delle cosche".
La prima questione che balza agli occhi è il fatto che la ‘ndrina dei Morabito aveva intenzione di scegliere un proprio candidato su cui far convergere i voti e farlo eleggere. Giuseppe Pansera era stato esplicito con un suo interlocutore parlandogli "di dieci locali che noi possiamo attingere voti" e poi decidere chi "possiamo appoggiare per vedere nella Regione, per avere a uno che ci possa garantire di qualche cosa, ma nella peggiore delle ipotesi qualche lavoro". L’obiettivo era quello di far assumere al consigliere eletto con i voti delle ‘ndrine l’assessorato alla sanità, quello più promettente sul piano economico.
"Il soggetto che risulta costituire il coagulo delle aspirazioni dei clan si identifica in Domenico Crea, consigliere regionale sin dal 1995, nominato ripetutamente assessore in una pluralità di settori e già in precedenza investito di altre cariche istituzionali".
Della struttura politica di Crea faceva parte Giuseppe Marcianò su suggerimento del padre Alessandro, imparentato con i Morabito e i Bruzzaniti, nonché uomo vicino ai Cordì e compare d’anello di Cosimo Cordì. Il sostegno avuto in campagna elettorale da alcuni soggetti danno il quadro di una scelta ben precisa di Crea. Analizzando il voto di preferenza emerge "il risultato di Africo, Roghudi, Roccaforte e Melito Porto Salvo/Montebello Ionico (cosche Morabito/Zavettieri), ma anche S. Lorenzo e Condofuri (zona dei Candito e Brizzese)". Le famiglie mafiose, in qualche modo collegate alla cosca Morabito – Talia, Iamonte, Zavettieri, Cordì – hanno sostenuto Crea. Panzera poteva dire, a ragion veduta: "Il comune di Africo, quindi lo gestiamo noi!".
Dunque Crea, secondo gli inquirenti, è uomo delle ‘ndrine, anzi espressione dell’accordo di cartello fra le cosche dominanti della fascia ionica reggina, è uomo che le ‘ndrine scelgono come candidato nella speranza che la sua elezione possa loro tornare utile soprattutto se all’elezione seguirà la "conquista" dell’assessorato alla sanità. Lo scontro politico, alla vigilia della consultazione elettorale regionale e dopo l’esito imprevisto della mancata elezione di Crea e della sorprendente elezione di Francesco Fortugno, si concentra così attorno a questi interessi.
Prima dell’elezione era in ballo l’accreditamento della clinica Villa Anya, fatto certo rilevante per il futuro economico della struttura e dello stesso Crea. E infatti, dalle intercettazioni telefoniche fondanti l’inchiesta, emerge che nel gennaio 2005 Luigi Meduri, all’epoca deputato della Margherita "mirando a stimolarne la competizione, aveva segnalato come l’eventuale vittoria del rivale Fortugno avrebbe potuto comportare che venisse ‘sdirrupata’la clinica:‘dopo tutto questo bordello, se arriva prima Modugno ti sdirrupa la clinica!’, chiarendo l’importanza della posta in palio per Crea, ed evidentemente non solo per lui".
Per raggiungere l’obiettivo si era messo in moto il "meccanismo Crea", come lo definisce il GIP di Reggio, un vero e proprio "sistema fatto di pressioni, relazioni, favori, attuato principalmente dallo stesso Crea Domenico e dal figlio Antonio, al fine di ottenere le autorizzazioni necessarie all’accreditamento della struttura sanitaria". Il sistema fa pressioni sui funzionari del Dipartimento Sanità della Regione Calabria e dell’A.S.L. 11 di Reggio Calabria i quali arrivano persino a falsificare atti preparatori di delibere. Anche medici ed infermieri del presidio ospedaliero di Melito Porto Salvo e di Villa Anya sono spinti a commettere reati "che vanno dalle false attestazioni su certificazioni mediche relativi a decessi, all’omissione di soccorso, all’omicidio colposo e/o morte in conseguenza di altro delitto, ed alla truffa ai danni dello Stato". Il risultato di questo "lavorìo", secondo i giudici, è il fatto che la concessione dell’accreditamento della struttura privata con il Servizio Sanitario Nazionale ha "seguito canali di assoluto privilegio e palesi sono le irregolarità che vengono rilevate".
Si prestano allo scopo Pietro Morabito, direttore generale dell’A.S.L. di Reggio Calabria, Domenico Latella e Santo Emilio Caridi, rispettivamente direttore amministrativo e sanitario. Con una rapidità inconsueta, in data 8 novembre 2004, la Commissione per i Requisiti Minimi "inviava al Direttore Sanitario, al Direttore Dipartimento Territoriale, al Responsabile U.O. Assistenza Invalidi di Melito Porto Salvo, l’esito dell’esame della documentazione fornita e del sopralluogo effettuato per valutare il possesso dei requisiti della struttura Villa Anya, dichiarando che la stessa era in possesso dei requisiti minimi strutturali e tecnologici generali e specifici per una residenza sanitaria assistenziale con 60 posti letto di cui 20 medicalizzati ed annesso ambulatorio di riabilitazione per 36 prestazioni". Tre giorni dopo, "con atto deliberativo n. 428, Guido Sansotta, Direttore Generale dell’A.S.L. n. 11, sulla base del parere favorevole espresso da Domenico Pangallo, Direttore del Dipartimento Territoriale, da Pietro Morabito, Direttore Amministrativo, e da Santo Emilio Caridi, Direttore Sanitario, esprimeva a sua volta parere favorevole all’esercizio per la residenza sanitaria assistenziale Villa Anya per complessivi 60 posti letto distinti in n. 40 per anziani e n. 20 in trattamento di tipo medicalizzato con annesso ambulatorio di riabilitazione. Il tutto in presenza delle irregolarità formali e sostanziali caratterizzanti l’operato della Commissione per i Requisiti Minimi già evidenziate al punto precedente, ed altresì all’esito di una pluralità di contatti telefonici e personali con il Domenico Crea, nel corso dei quali venivano concordati tempi, modi, contenuto e requisiti documentali degli atti deliberativi da redigere".
Contatti personali e molto intensi che proseguono anche con l’assessore regionale Giovanni Luzzo che, come confermano numerose ed esplicite telefonate, concorda direttamente con Crea il provvedimento da emettere. "L’assessore Luzzo indica al Crea le persone a cui rivolgersi all’interno del Dipartimento alla Sanità, rassicurandolo che saranno preventivamente contattati da lui stesso e che comunque nel momento in cui sarà in ufficio ’se la vede lui’,lasciando evidentemente intendere al Crea, ancor prima di aver esaminato la relativa documentazione, che per il rilascio del decreto di autorizzazione all’esercizio di Villa Anya non incontrerà nessun ostacolo". Per queste ragioni, il problema di Crea non era quello di ottenere l’autorizzazione che lui dava per assodata, ma quello di ottenerla prima del 10 gennaio, "perché lui ha deciso di inaugurare per quel giorno e quindi anche il Dipartimento alla Sanità della Regione si deve adeguare in tal senso". E lì, all’assessorato regionale alla sanità c’era Giuseppe Biamonte che alle richieste di Crea rispondeva con un ossequiente quanto esplicito: "agli ordini".
L’autorizzazione al funzionamento di Villa Anya non arrivò il 10 gennaio, ma tre giorni dopo, il 13 gennaio 2005, con decreto n° 169. In due mesi e cinque giorni s’era risolto tutto.
Se le cose funzionassero così, se il tempo fosse sempre così breve tra la richiesta di un cittadino o di un imprenditore e la risposta delle istituzioni e della pubblica amministrazione, la Calabria avrebbe avuto ed avrebbe un altro volto, a partire dalla perdita di ruolo della ‘ndrangheta, che spesso si caratterizza anche per la funzione di mediazione sociale o di pressione sulle istituzioni stesse.
Nel caso di Villa Anya la risposta in tempi rapidi c’è stata. Ma era una risposta viziata da falsi e dallo spregevole meccanismo corruttivo che abbiamo visto.
La questione più agghiacciante è leggere le parti dell’ordinanza che riguardano i degenti, soprattutto quelli molto anziani, abbandonati, non curati o curati con prescrizioni fatte per telefono, lasciati morire per imperizia o negligenza o addirittura trasportati già morti al pronto soccorso dell’ospedale di Melito Porto Salvo perché in clinica non dovevano risultare decessi di alcun tipo. Il disprezzo assoluto, totale, della vita umana e del dolore della povera gente è il prodotto ultimo, il più perverso ed odioso, del grumo di potere e dell’intreccio politico-mafioso che emerge dalla vicenda di Villa Anya.
Si può fare un solo esempio, tra i tanti, per mostrare il cinismo e lo sprezzo per la vita delle persone. A parlare, intercettati, sono la moglie del dottor Antonio Crea, figlio di Domenico e un’infermiera, una certa Patrizia. C’è una paziente che sta molto male e il dottor Crea non era reperibile. Ecco la trascrizione:
Patrizia: e.. la signora Arted si sente malissimo…
Laura: malissimo in che senso? Che si deve chiamare il 118?
Patrizia: pressione bassissima, non respira, non connette, non risponde agli stimoli…
Laura: umh.
Patrizia: c’è bisogno di un dottore.
Laura: eh… eh lo sò solo che non prima di dieci minuti.. questo è il problema Patri…
Patrizia: va bene, intanto la facciamo fuori noi, ciao.
(Patrizia passa il telefono a Demetrio).
Laura: …(ride)… ciao aspetta che… (ride)
Ogni commento è superfluo. Rimane solo la pietà per la vittima e l’indignazione per il cinismo e l’indifferenza di chi avrebbe dovuto accudirla e curarla.
Ma tutta la vicenda impone alle istituzioni, ai partiti e alla politica più in generale, una riflessione radicale e di fondo sul sistema di potere costruito negli anni attorno alla sanità e su come esso, alla fine, diventi inamovibile, creando al suo interno le condizioni per la sua riproduzione e autoriproduzione.
Per fare di Villa Anya una gallina dalle uova d’oro, Crea fa istruire la pratica dalla giunta regionale guidata da Chiaravalloti, del centrodestra, ma riceve l’accreditamento, che viene firmato solo dopo sei giorni dall’omicidio Fortugno, dalla giunta regionale di centrosinistra guidata da Loiero. L’uomo chiave del sistema e il punto di "garanzia" dell’operazione nella macchina sanitaria regionale è Giuseppe Bevilacqua, dirigente della sanità a Reggio Calabria con il governo di centrodestra e promosso, poche settimane prima del suo arresto, dirigente della sanità a Catanzaro dalla giunta di centrosinistra. Solo dopo gli arresti la giunta Loiero ha azzerato i vertici della sanità calabrese, dimostrando come la politica non riesca ad arrivare prima della magistratura, pur disponendo di propri autonomi elementi di valutazione in grado di fargli compiere autonome scelte di trasparenza e legalità.
Questo meccanismo, apparentemente autonomo nella sua autoriproduzione e nella sua continuità, rappresenta l’altra faccia di una politica che ha perso autonomia e trasparenza per dipendere, essa stessa, dallo scambio tra gestione della spesa sanitaria e consenso che rappresenta il punto più alto del degrado politico e morale che investe la Calabria.
In vista di ogni elezione, notabili politici detentori di pacchetti di voti e preferenze si offrono sul mercato del consenso. Si cambia così schieramento portando in dote voti ma anche interessi materiali e clientelari. I bisogni della gente vengono ricondotti in un sistema di favori clientelari che per rigenerarsi deve essere alimentato con soldi pubblici e affari. Per questo il buco del bilancio della sanità è diventato un pozzo senza fondo.
La politica si privatizza e le cosche che controllano il territorio trattano con essa, la condizionano, offrono i loro pacchetti di voti o entrano direttamente nelle liste con propri uomini. Purtroppo, questo meccanismo vede come protagonisti passivi anche i cittadini che, in assenza di diritti esigibili da rivendicare in modo trasparente, affidano i propri problemi a chi promette, anche con mezzi corrotti e illegali, di offrirgli una risposta percepita da loro stessi come l’unica possibile.
Questa è la politica debole che in Calabria da forza alla ‘ndrangheta. Ma questa politica per rigenerare se stessa, il suo consenso, le sue clientele, deve riprodurre la sua debolezza, pena la perdita di relazioni che alimentano il sistema di potere di cui è espressione.
FONTE: Relazione annuale della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare - Relatore On. Francesco Forgione