Truffe alimentari: un Business da un miliardo di euro
Con l’avvicinarsi delle feste dobbiamo stare attenti alle truffe alimentari. La Coldiretti afferma che sulle nostre tavole arriva di tutto, dal finto prosecco all’olio di semi spacciato come extravergine, ai prosciutti di Parma con il marchio contraffatto, dalle mozzarelle ottenute con cagliate importate dall’estero alle fiorentine di falsa chianina fino al limone spagnolo venduto come di fosse di Sorrento, addirittura si riciclano i prodotti scaduti. Vi riporto un esempio segnalato da “La Repubblica”. A Caserta si taroccano le mozzarelle di bufala, infatti il latte locale casertano si allunga con latte boliviano ed il latte in polvere rigenerato, corretto col siero innesto. Il “boliviano” arriva ogni settimana via Olanda ai porti di Napoli e Salerno, con le loro autocisterne i produttori campani si attaccano alle navi come fossero mammelle e fanno il pieno. Le bufale bolicasertane sono piazzate sul mercato a 6 euro al chilo anziché 9 (il latte di bufala costa 1,35 al kg, il latte boliviano 50 centesimi). Una “bufala” delle bufale che ammazza il mercato. Anche questo business, come tanti è in mano alla criminalità organizzata, Caserta, per tornare all’esempio della “bufala” è un feudo dei casalesi, potenti camorristi. Tutte le famiglie (Schiavone, Zagaria, Iovine) hanno parenti che allevano bufale e vacche. Ognuna rifornisce caseifici o ne possiede. Come Claudio Schiavone, cugino del boss Francesco”Sandokan” Schiavone. Ci sono caseifici che spuntano come funghi nella notte. Senza licenza edilizia. Vi lavorano, in media, una decina di persone. Se il capo ordina, bisogna obbedire. Truccare. Gli spacciatori di cibo sconfezionano e riconfezionano, appiccicano etichette posticce, “rinfrescano” prosciutti e salami, tengono in vita la carne con nitrati e solfiti, “tagliano” le mozzarelle, le sbiancano e le gonfiano, allungano e colorano l’olio, impestano il vino.
Scritto il 19 Dicembre 2007 da Gianni di Tacco
Categoria: Società |






1 Agosto 2008 20:47
Una variante al tema mozzarelle, non necessariamente di bufala:
Avendo lavorato tempo fa nel settore, ho scoperto una truffettina da furbetti del quartierino da parte dei fornitori-venditori che servono pizzerie e ristoranti in genere.
Nulla a che vedere con temi forti come la criminalità organizzata, ma il costo finale ricade comunque sul consumatore finale, cioè chi mangia la pizza.
La mozzarella (o altro prodotto) venduta con la scritta “da vendersi a peso” offre una opportunità al venditore per far soldi in modo illecito, sentite:
Una cassa di mozzarella del peso di circa 15 kili con la dicitura “da vendersi a peso” viene prodotta all’origine con un margine di qualche etto in più, per sopperire al calo peso naturale.
Se all’origine la cassa pesa quindi 15 kg e 500 grammi, state certi che dopo 36-48 ore la cassa sarà di 15 kg e anche meno. Dall’azienda di produzione questa cassa verrà caricata sui furgoni a 15 kg, lasciando il margine del calo peso naturale previsto dalla legge.
Il venditore questo lo sa e che cosa fa?…
Vende la cassa a peso fisso, magari a 15 kg e 300 grammi senza mai pesarla dal cliente che non ci ha mai pensato di controllare, perchè in pizzeria non ha una bilancia adatta.
In un mese di lavoretti simili, saltano fuori soldoni in nero che non immaginate, infatti la differenza di etti per ogni cassa si accumula e alla fine possono avanzare molti kili, che ovviamente non esistono sulla bolla di carico e vengono venduti in nero a qualche esercente compiacente perchè non paga l’IVA, con grande gioia dei venditori….
Soluzione: preferite casse pre-pesate con peso dichiarato sulla confezione, e confezionate sottovuoto (non calano di peso).
Ricordate che la dicitura “da vendersi a peso” esclude automaticamente la vendita a peso fisso, se i venditori lo fanno, controllate subito e scoprirete che quanto detto è vero…