La nostra civiltà in saldo
Viviamo in tempi grigi che mi danno un’infinita tristezza: siamo appena usciti da un periodo natalizio che ogni anno perde sempre più il suo reale significato religioso e diventa una kermesse consumistica che ritrova le sue radici ataviche nei riti solstiziani precristiani e nei Saturnali di epoca romana, nei quali si poteva giocare d’azzardo e ci si scambiava “strenae” (rametti di una pianta propizia che cresceva in un boschetto sulla via sacra dedicato alla dea di origine Sabina Strenia, apportatrice di fortuna e felicità).
Gesù bambino è stato sostituito dal nordico e pagano albero di Natale e da milioni di Babbi Natale distributori di doni, babbi Natale anche loro snaturati, non più vestiti di verde come il verde dei boschi nordici, ma di rosso, per via di una campagna pubblicitaria della Coca Cola. Anche i Re Magi sono stati sostituiti da mille Befane, così come la Pasqua del Cristo Risorto dalle Uova di cioccolato ed i giorni dedicati a tutti i santi ed alla memoria dei defunti sono stati sostituiti dallo schifo di Halloween.
Insomma ogni occasione è buona per essere trasformata in una continua orgia del consumo che trova il suo apice in questi giorni di Saldi. Orde di cittadini famelici, afflitti da una frenesia paragonabile a quella alimentare degli squali quando sentono l’odore del sangue, affollano le vie del centro mettendosi in fila fuori i negozi griffati o, peggio, si affrontano in quei “non luoghi” anonimi e tristi che sono i centri commerciali.
Roma, come tutte le altre città italiane ed occidentali in genere, è assediata da questi mostri di plastica che hanno sostituito, come punti di incontro, le belle piazze cittadine. Sono tutti uguali, tutti con gli stessi parcheggi, gli stessi negozi, gli stessi bar, gli stessi Mc Donald, privi di ogni personalità, anzi con una personalità finta, di plastica.
Piazze di plastica frequentate da comitive di “piskelli” standardizzate e da famiglie omologate, dove si possono mangiare solo cibi di plastica globalizzati: dagli hamburger di Mc Donald, alle pizze di Spizzico, alle bistecche di Old Wild West, ma anche da kebab e sushi tutti con il medesimo sapore di plastica.
Piazze di plastica dove commesse sfruttate e svampite servono sbadatamente e meccanicamente sottoproletariati inconsapevoli del loro status, dove si possono acquistare solo capi di abbigliamento di plastica, griffati o no, ma tutti fatti da una manodopera schiavizzata cinese o indiana, dove i complementi di arredo per la casa sono tutti etno-kitsch come quelli di co-import.
Piazze di plastica dove crescono generazioni di plastica per una civiltà che già vive in un pianeta sempre più inondato dalla plastica, che ammira in televisione seni di plastica ed è governata da politici con il sorriso di plastica.
Scritto il 23 gennaio 2010 da Gianni di Tacco
Categoria: Società |
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