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Testamento biologico e libertà di decidere della propria vita


Il testamento biologico, o, meglio, la dichiarazione anticipata di trattamento, consiste nel manifestare la propria volontà in merito alle terapie che si intendono accettare nell’eventualità in cui ci si dovesse trovare nella condizione di incapacità (per malattie o lesioni traumatiche invalidanti) di esprimere il proprio diritto del “consenso informato”, ovvero di acconsentire o meno alle cure proposte particolarmente invasive, come i trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione.

L’articolo 32 della Costituzione della Repubblica Italiana stabilisce che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge».

Il Comitato Nazionale di Bioetica afferma che le dichiarazioni anticipate non possono contenere indicazioni «in contraddizione col diritto positivo, con le norme di buona pratica clinica, con la deontologia medica o che pretendano di imporre attivamente al medico pratiche per lui in scienza e coscienza inaccettabili» e che «il paziente non può essere legittimato a chiedere e ad ottenere interventi eutanasici a suo favore».

Eminenti personalità di estrazione laica (Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Stefano Rodotà e Umberto Veronesi), invece, ritengono che nessuna convinzione religiosa o morale viene imposta per legge da un gruppo di persone, per quanto ampio, alla totalità dei cittadini.

Questo vale più che mai per quanto riguarda ciò che è più proprio di ciascuno, che fa anzi tutt’uno con la propria esistenza, la sua stessa vita, e la parte finale di essa.

Richiamando il citato art. 32 della Costituzione della Repubblica e le numerose e univoche sentenze della Cassazione che negli ultimi anni hanno stabilito che nessun cittadino può essere sottomesso a “interventi nel campo della salute” senza il suo consenso (debitamente informato).

Sulla propria vita, insomma, può decidere solo chi la vive, e nessun altro.

In Italia non esistono norme specifiche in merito e quella che sembrava un’emergenza nazionale, durante l’agonia di Eluana Englaro, dopo aver constatato una spaccatura trasversale degli schieramenti politici nazionali, ora pare non sia più una priorità.

Il nostro Parlamento, dopo aver iniziato un dibattito sul Testamento biologico ha deciso di non decidere, ma cosa dice il disegno di legge Calabrò:

all’art. 2, comma 2 dice: “L’attività medica, in quanto esclusivamente finalizzata alla tutela della vita e della salute, nonché all’alleviamento della sofferenza non può in nessun caso essere orientata al prodursi o consentirsi della morte del paziente, attraverso la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente”.

Il che significa che Piergiorgio Welby non avrebbe potuto far disattivare il respiratore artificiale, che Luca Coscioni non avrebbe potuto rifiutare la tracheotomia e che la trasfusione di sangue sarebbe obbligatoria anche per chi la rifiuta per motivi religiosi, tutti rifiuti garantiti oggi dalla legge e più volte applicati fino al “prodursi della morte del paziente”;

all’articolo 5 comma 6 stabilisce che “Alimentazione ed idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento”.

In tal modo il cosiddetto testamento biologico sarebbe inattuabile. Qualsiasi cosa abbia stabilito il cittadino, davanti a un notaio e reiterando le sue volontà ogni tre anni, subirà le cure forzatamente. I medici delle cure palliative hanno spiegato che alimentazione e idratazione non alleviano ma moltiplicano e intensificano le sofferenze nei malati terminali.

Non si tratta solo di anticostituzionalità ma di mancanza di carità cristiana.

Veronesi nella sua lettera al Corriere ha dichiarato:

«Ho il dovere morale di lanciare un allarme, perché, a un passo dall’approvazione di una legge auspicata fortemente da chi crede nei diritti della persona (quelli che si rifanno alla "Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino", che la Francia regalò al mondo nel 1789 e sono la pietra fondante della società moderne), si profila il rischio che venga approvata una legge che invece calpesta e nega tali diritti, ripiombandoci culturalmente al potere assoluto dello Stato sulla vita dei suoi cittadini».

«Sappiano i parlamentari di entrambi gli schieramenti che sarebbero chiamati a votare una legge anti-costituzionale. Una legge che nega sé stessa, perché da un lato riconosce il diritto a veder rispettate le volontà della persona circa i trattamenti sanitari che possono essere messi in atto nel caso si perda la capacità di intendere e volere, ma dall’altro esclude che fra tali trattamenti figurino la nutrizione e l’idratazione artificiale, che sono le condizioni per mantenere in vita un corpo in stato vegetativo permanente. In sostanza il Testamento biologico, nato per poter rifiutare una vita artificiale, al contrario la imporrebbe per legge anche a chi, per sue convinzioni personali, non la vuole in nessun caso».

«Chi vuole affossare il Testamento biologico sostiene che nutrizione e idratazione non sono cure ma "provvedimenti di sostegno", che combattono la disidratazione e di conseguenza sono un atto medico non terapeutico. Questa posizione è irrilevante per quanto riguarda la volontà espressa dal paziente, e ci metterebbe in difficoltà anche in altri casi. Per esempio per le trasfusioni di sangue, anch’esse un atto medico non terapeutico. Noi oggi rispettiamo il rifiuto della trasfusione di sangue, anche in caso di gravissima emorragia, da parte di un gruppo religioso, i testimoni di Geova, la cui fede la proibisce, anche se può salvare la vita. Se vi è diritto a rifiutare la trasfusione, vi è diritto a rifiutare la nutrizione artificiale».

Una voce autorevole del Popolo delle Libertà, il Presidente della Commissione Antimafia Sen. Beppe Pisanu, ha espressamente dichiarato la sua contrarietà al disegno di legge Calabrò:

"Su materie decisive come queste che coinvolgono le ragioni profonde del cuore e dell’intelligenza che la politica non e’ in grado di comprendere appieno, anzi spesso e’ tentata di strumentalizzarle, come ha dimostrato la discussione a tratti disumana sul caso Englaro".

La seconda motivazione per la quale il Sen. Pisanu è contrario alla legge sul testamento biologico è che "la pretesa di disciplinare per legge di fatto afferma la forza dello Stato sulla persona umana, una cosa che e’ in contrasto con l’articolo 2 della Costituzione che prevede il primato della persona sullo Stato".

Pertanto "non solo dovrebbe esserci questa legge ma non dovrebbe esserci nessuna legge sul fine vita, e’ un tema cosi’ delicato che va affidato alla volonta’ del paziente oppure alla valutazione in scienza e coscienza dei medici e dei parenti".

Da parte mia non posso che schierarmi con il Prof. Veronesi ed il Senatore Pisanu.


Scritto il 17 marzo 2009 da Gianni di Tacco

Categoria: Salute, Società | 2 Commenti »

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2 commenti

  1. Franco scrive:

    Complimenti per l’articolo! Lo condivito totalmente e ribadisco che dovremmo avere rispetto per la libertà personale individuale di ciascun essere umano. Purtroppo pare che in Italia manchi questa cultura ormai acquisita in paesi democratici senz’altro più evoluti. Un dubbio m’assale: sarebbe necessaria una legge e una discussione totale come sta accadendo se non avessimo la Chiesa in Italia?! Grazie

  2. Franco 2 scrive:

    Complimento per l’articolo.Desidero esprimere il mio punto di vista.
    Sono cristiano, vivo il cristianesimo ogni istante della mia vita,sono contrario al suicidio e all’eutanasia. Proprio perchè amo la vita non condivido l’accanimento terapeutico. Dio mi ha dato dignità dandomi il dono del libero arbitrio e gli uomini non hanno l’autorità di “rubarmelo”.

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