Le armi della mafia
Los Angeles, 15 ott. (Adnkronos/Ign) - Un giudice di Los Angeles, D.D. Sitgraves, ha rifiutato l’estradizione in Italia di un membro del clan dei Gambino citando il rischio che venga sottoposto al regime carcerario imposto dal 41 bis paragonato a una forma di "tortura". Lo rende noto il Los Angeles Times, citando la sentenza emessa l’11 settembre scorso dal giudice per cui "la coercizione" del carcere duro imposto ai detenuti per mafia "non è da considerarsi collegata a nessuna sanzione legalmente imposta o punizione e quindi costituisce una tortura".
In questi ultimi mesi, dopo la cattura del Boss di Mafia Bernardo Provenzano, si è assistito a Palermo ed in tutta
Questo omicidio ha fatto crescere nella gerarchia mafiosa il latitante, ricercato dal 1998 e con ergastolo da scontare, Sandro Lo Piccolo, considerato il nuovo capo di Cosa Nostra a Palermo.
Lo Piccolo si opponeva ad Ingarao non solo per questioni di predominio su Palermo, ma anche sulla questione degli “scappati” in America, cioè gli eredi della “famiglia” mafiosa degli Inzerillo che grazie ai suoi buoni uffici hanno avuto la possibilità di rientrare in Sicilia dopo 20 anni di esilio negli Stati Uniti d’America portando in dote ingenti patrimoni finanziari, la conoscenza di canali commerciali “puliti” con gli USA (edilizia, grande distribuzione) utili per riciclare il denaro proveniente dai crimini della mafia ed evidentemente anche qualche “amicizia” con la politica, le istituzioni e, evidentemente, con esimi rappresentanti del sistema giurisdizionale USA.
Appare sconcertante che un magistrato statunitense, ossia dello Stato dove si pratica regolarmente la pena di morte, lo Stato delle torture di Guantanamo, delle carceri irachene ed anche delle proprie carceri federali, additi l’Italia come un Paese in cui si pratica la tortura. L’articolo 41 bis, della legge sull’ordinamento penitenziario, disciplina in particolare regime carcerario applicato, in gravi situazioni di emergenza, nei confronti di detenuti per reati di criminalità organizzata, terrorismo o eversione, al fine di prevenire contatti con l’organizzazione criminale di appartenenza.
Francesco Forgione, presidente della commissione parlamentare antimafia, afferma: <<È intollerabile che in un paese in cui vige la pena di morte si ponga all’Italia un problema sul proprio regime carcerario. Deve essere ben chiaro a tutti che quella a cui quel giudice dice no è una richiesta di estradizione per l’articolo 416 bis, per associazione mafiosa, e non certo per il regime carcerario. A questo il giudice deve rispondere. Una volta compiuta l’estradizione è compito dell’autorità giudiziaria italiana decidere il regime carcerario a cui deve essere sottoposto l’accusato. In ogni caso il 41-bis ha superato tutte le prove, da quella di costituzionalità a quelle dell’Onu, fino alla corte europea dei diritti dell’uomo.>>
Scritto il 16 Ottobre 2007 da Gianni di Tacco
Categoria: Politica |






16 Ottobre 2007 16:53
è davvero sconcertante la decisione del giudice americano, meno male che c’è qualcuno che si fa sentire. Grazie all’On. Forgione ed alla commissione antimafia.
16 Ottobre 2007 17:47
Di getto la prima considerazione che mi viene in mente è che si sia arrivati al paradosso: proprio come scritto nel blog, un paese come gli Stati Uniti d’America in cui è ancora in vigore la pena di morte addita l’Italia accusandola di “tortura”. Basti ricordare che l’Italia è, assieme ad altri 43 Paesi membri del Consiglio d’Europa, firmataria della “Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” del 1950 e ratificata con legge 4 agosto 1955 n. 848. All’articolo 3 di tale Convenzione si legge testualmente: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”, testo la cui interpretazione ha subito nel corso degli anni una modifica in senso estensivo. L’ignoranza dei nostri paladini d’oltremare è da sempre risaputa…ma sarebbe anche ora che qualcuno glielo facesse notare.
18 Ottobre 2007 11:58
Veramente un grazie a Gianni di Tacco che ci spalanca uno scenario di riflessioni. E’inutile ricordare che il 41 bis ha superato “tutte le prove” come sottolinea il presidente Forgione ma ripensandoci, come dicevano i nostri antenati “repetita iuvant”.
Passando ad altro, è singolare che il “signor” Gambino, evidentemente discendente del famigerato Joe, che ha già scontato 22 anni ponga il proprio nome quale ostacolo alla libertà , parola tanto decantata dagli americani in generale che si arrogano a paladini mondiali e che cercano di esportarla lì dove è negata alla popolazione (vgs Corea, Vietnam, Cile, Panama, Nigaragua, …… fino all’Iraq).
E’ in quest’ottica, secondo me, che va letta la decisione dell’illustre giudice Sitgraves, e non si portino in contropartita la pena di morte e Guantanamo perché sono esattamente uno strumento non già di tortura ma di libertà , esercitata nei confronti di assassini, stupratori e terroristi che quella stessa libertà negano a decine, centinaia, migliaia di persone.
L’ultima riflessione stavolta un po’meno ironica va al titolo dell’articolo del caro Gianni: visto che le manifestazioni in carcere non servono (vgs L’Aquila) visto che gli striscioni allo stadio non bastano (mi pare Catania) chissà se i consigli degli amici americani convinceranno qualcuno a abrogare il 41bis, sempre che i politici statunitensi non si convincano che nel nostro Bel Paese non è garantita la libertà .
Andrea dal Kolle
3 Aprile 2008 08:44
Un altro argomento posto all’attenzione di CCNV trova una sua soluzione. Finalmente gli Usa decidono di estradare in Italia Rosario Gambino (cugino del boss carlo gambino) anche se con un ritardo di 28 anni dal mandato di cattura di Giovanni Falcone.