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Il “Great Pacific Garbage Patch”: un continente immondo


In questo mese di agosto una spedizione studierà la “Great Pacific Garbage Patch, ovvero quell’enorme discarica di spazzatura fluttuante la cui estensione è stimata da 700.000 a 15 milioni km² (ovvero tra lo 0,41% e l’8,1% dell’Oceano Pacifico, da 2 a 50 volte la nostra amata Italia) e la cui profondità media è di circa 30 metri. Questo continente sintetico, conosciuto anche come “Pacific Trash Vortex” è un gorgo di pezzi di plastica che dagli anni ’80 rotea, crescendo in maniera esponenziale, nel Pacifico del Nord, non lontano dalle Hawaii, tenuto insieme dalle correnti oceaniche che formano il “Vortice Subtropicale del Nord Pacifico”.

Per l’80% composta da materiale plastico, questa massa di rifiuti proviene soprattutto dalle coste dei Paesi rivieraschi: sia dal nord (Mare di Bering) dove la Russia sversa un’enorme quantità di materiali tossici ed inquinanti, che dalle coste degli Stati Uniti d’America, del Giappone e della Cina. Le correnti marine, infatti, raccolgono i detriti lungo la costa dei continenti e li concentrano al centro dell’oceano.

Questo eco-mostro si può definire la più grande zona di accumulazione degli scarti della nostra società; ogni cosa che galleggia nel Pacifico si concentra in questa area dopo aver fluttuato nei mari per anni o decenni e forma una densa melma di rifiuti nella quale si possono talvolta distinguere buste di plastica, contenitori di detersivo, palloni da calcio, bottiglie di plastica e altri segni della nostra “civiltà”. Tutto il resto è sminuzzato in minuscole parti che rendono l’acqua in questa area così densa come fosse una zuppa.

La spedizione, dello Scripps Istitute of Oceanography dell’ università di San Diego, cercherà di capire le conseguenze che questa immondizia ha sulla vita marina.

Infatti, Madre Natura era abituata ai rifiuti di origine biologica che, spontaneamente, erano sottoposti a biodegradazione, mentre adesso, in questo luogo, si sta accumulando una enorme quantità di plastica che non si biodegrada, ma si "fotodegrada" disintegrandosi in pezzi sempre più piccoli, fino alle dimensioni dei polimeri che la compongono.

La fotodegradazione della plastica produce della particelle che assomigliano a zooplancton, ed ingannano le meduse che se ne cibano, causandone l’introduzione nella catena alimentare.

Greenpeace ha stimato che nel Pacific Garbage Patch per ogni kilogrammo di plankton ci siano 6 kilogrammi di plastica. Questi due tipi diversi di “organismi”, naturali ed artificiali, si mischiano creando questa sorta di zuppa di plastica e di plankton anche tramite un vero e proprio inglobamento delle particelle della plastica in questi organismi marini multicellulari naturali.

Il fenomeno del Great Pacific Patch, del quale nessuna Nazione vuole assumersi nè la responsabilità nè la gestione o il tentativo di smaltimento, sta lentamente modificando anche il corso delle correnti oceaniche, così importanti per l’equilibrio climatico del nostro piccolo pianeta.

Meditate gente, meditate…


Scritto il 24 agosto 2009 da Gianni di Tacco

Categoria: Ambiente | Nessuno commento »

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